di Pietro Guida
Ci sono notizie che arrivano sulla scrivania di un giornalista come piccoli sassi gettati nello stagno della cronaca quotidiana, e che pure, a guardarle bene, raccontano molto più di quanto sembrino dire. La vicenda della ciclovia delle stelle, ad Avezzano, è una di queste. Prima le scritte tracciate con lo spray sui muri e sulle strutture della pista ciclabile. Poi, nel buio della notte, qualcosa di più grave: sassi lanciati lungo il percorso, vetri rotti seminati sull’asfalto, pericoli concreti disseminati lì dove ogni giorno passano famiglie, anziani, bambini in bicicletta. Infine, dopo i nostri articoli di denuncia, l’ultima firma: un’offesa con lo spray rivolta direttamente alla nostra testata, accompagnata da un disegno volgare. Un piccolo emblema della miseria di chi non sa rispondere se non con la rozzezza del segno tracciato di nascosto.
Sia chiaro: le offese a MarsicaLive le accettiamo. Fanno parte del mestiere, e chi sceglie di raccontare la verità di un territorio sa di esporsi a reazioni anche ostili. Non saranno qualche bestemmia di vernice e un disegno triste (fatto anche male) a fermare la nostra penna. Continueremo a scrivere, a raccontare, a denunciare. Il problema non siamo noi. Il problema è un altro, e merita di essere detto con la stessa fermezza con cui è stato compiuto il gesto: il problema è che una comunità ha cominciato, in qualche tratto del suo tessuto, a smettere di educare.
La ciclovia delle stelle non è soltanto un nastro d’asfalto. È uno spazio pensato per la condivisione, per il movimento lento, per la bellezza che si attraversa pedalando. È uno di quei luoghi che restituiscono dignità a una città, che la rendono più umana e più abitabile. Sfregiarla, renderla pericolosa, trasformarla in un teatro notturno di piccoli atti di prepotenza significa colpire qualcosa che appartiene a tutti. Perché i beni pubblici sono nostri, di ognuno di noi. Le tasse che li hanno costruiti le hanno pagate i cittadini, e tra quei cittadini ci sono anche i genitori dei ragazzi che oggi imbrattano e danneggiano. Ogni sasso lanciato, ogni muro deturpato, ogni vetro frantumato si traduce in denaro che la comunità dovrà nuovamente sborsare per riparare il danno. È un’ingiustizia silenziosa, che ricade su chi non ha colpa.
Vorrei rivolgermi, allora, prima di tutto ai ragazzi. Non con il tono di chi predica dall’alto, perché non mi appartiene, e perché so bene che la giovinezza è un’età dirompente, fatta di energie che cercano una direzione, di esuberanze che chiedono uno sfogo, di forza che vuole essere spesa. È giusto così. Ma quella forza, quella creatività, quegli anni migliori che state vivendo, non sprecateli in gesti che si consumano nell’ombra di una notte e che lasciano dietro di sé soltanto squallore. Spendeteli nell’amicizia vera, nell’amore per gli altri, nella conoscenza, nell’aiuto al prossimo, al compagno in difficoltà, nel divertimento sano che non ha bisogno di umiliare nessuno per essere autentico. Anche quando si esagera (e si esagera, è naturale a vent’anni o giù di lì), esiste un limite che non va mai oltrepassato: quello che separa la goliardia dal danno, lo scherzo dalla violenza, la ribellione dal disprezzo. Il rispetto degli altri e dei luoghi è quel limite. Custoditelo, perché custodisce voi prima di chiunque altro.
Ma non diamo tutta la colpa ai ragazzi. La colpa è anche un po’ nostra. Pensiamoci bene. Che esempio diamo? L’educazione non è un compito che si delega. Non alla scuola, non alla parrocchia, non alle associazioni, non al vigile urbano. La prima parola educativa nasce nelle case, nei gesti minuti del quotidiano, nello sguardo di un padre e di una madre che insegnano, anche senza dirlo, che cosa è giusto e che cosa non lo è. Quando un ragazzo esce di notte per imbrattare un muro o lanciare sassi su una pista ciclabile, qualcosa, da qualche parte, non ha funzionato. Non si tratta di colpevolizzare nessuno: si tratta di riconoscere una responsabilità che è di tutti noi, e che comincia dalle case prima che dai tribunali. Per questo dovremmo chiedere scusa, sì scusa, a questi ragazzi, per quello che non abbiamo saputo trasmettere, per l’esempio che non siamo riusciti a dare.
Proprio per questo non invoco punizioni e pene detentive, e non lo farei nemmeno se lo si volesse. Io invoco il perdono di questi ragazzi. A loro servirebbe, semmai, oltre al nostro buon esempio, anche un percorso diverso: lavori socialmente utili, la pulizia con le proprie mani dei muri imbrattati, qualche ora di servizio accanto a persone fragili, anziani soli, malati, disabili, che insegni loro, attraverso l’esperienza concreta, che cosa significa davvero prendersi cura di qualcosa e di qualcuno. La pena che ripara è infinitamente più educativa della pena che soltanto punisce. E una società che sa proporre cammini di riparazione, invece di limitarsi a invocare il castigo, è una società che ancora crede nei suoi giovani. E io credo in queti ragazzi!
Resta, sullo sfondo, una domanda più generale, che non riguarda soltanto Avezzano e la ciclovia. Che cosa stiamo costruendo, come comunità? Quale cultura del rispetto stiamo lasciando in eredità? Perché una città non si misura soltanto dalle opere che inaugura, ma dalla cura con cui le custodisce nel tempo. E la cura non si compra con i lavori pubblici: si trasmette, si insegna, si testimonia. Si impara guardando gli adulti, e si conferma scegliendo, da giovani, da che parte stare. E voi, ragazzi, da che parte state?
Noi, da quest’altra parte della scrivania, continueremo a fare il nostro mestiere, a difendere luoghi e persone. Non ci spaventa una scritta sul muro, e non ci offende un disegno fatto da chi si nasconde nel buio della notte e nell’anonimato. Vi piace vincere facile! Ci preoccupa, invece, il silenzio che a volte circonda questi episodi, l’abitudine a derubricarli come ragazzate, la fatica a riconoscere che dietro un piccolo gesto vandalico c’è sempre, in filigrana, una sofferenza, una insoddisfazione di questi ragazzi, una grande questione educativa. È su quella che dobbiamo tornare a lavorare, tutti insieme: famiglie, scuole, parrocchie, associazioni, istituzioni e (non vogliamo auto-assolverci) giornali. Perché una comunità che smette di educare non perde soltanto qualche metro di muro pulito. Perde se stessa, un poco alla volta, senza nemmeno accorgersene.
Quella ciclovia si chiama “delle stelle” e forse non è un caso. Come tanti luoghi simili, dovrebbe permetterci di alzare lo sguardo e respirare, affinché un papà possa insegnare al figlio ad andare in bici senza paura, un anziano a fare due passi al tramonto.
Le stelle, per essere viste, hanno bisogno di buio. Quel buio serve per guardare in alto, e non per nascondersi dalla vergogna.
Restituiamo alla nostra terra il suo cielo.
Le stelle, in fondo, le meritiamo soltanto se torniamo a esserne degni.




