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Muore dopo un’infezione contratta in ospedale, risarcimento da oltre 600mila euro alla famiglia

Marta Rosati di Marta Rosati
26 Luglio 2026
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Avezzano. Era entrata in ospedale per sottoporsi a un intervento cardiaco, ma durante la degenza avrebbe contratto una grave infezione correlata all’assistenza sanitaria, poi degenerata in sepsi, shock settico e insufficienza multiorgano. La donna, originaria di un comune della Marsica, morì pochi giorni dopo.

A distanza di quasi sei anni dai fatti, il Tribunale civile di Pisa ha riconosciuto la responsabilità dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana, condannandola a risarcire il marito e i due figli della paziente con una somma complessiva superiore a 607mila euro, alla quale dovranno aggiungersi rivalutazione monetaria e interessi.

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La sentenza, pronunciata al termine di una lunga causa per responsabilità sanitaria, è stata dichiarata provvisoriamente esecutiva. La famiglia era assistita dall’avvocato Berardino Terra.

La vicenda risale all’estate del 2020. La paziente era stata ricoverata nell’ospedale di Cisanello per la revisione di un dispositivo impiantato in precedenza per la risincronizzazione del ritmo cardiaco.

Durante gli accertamenti, i sanitari avevano però rilevato un quadro clinico più complesso, caratterizzato, tra le altre patologie, da una grave insufficienza della valvola tricuspide. La donna era stata quindi trasferita nel reparto di cardiochirurgia e sottoposta a un intervento di anuloplastica.

Dopo l’operazione era stata ricoverata in Rianimazione. Nei giorni successivi, tuttavia, le sue condizioni erano progressivamente peggiorate, fino al decesso avvenuto all’inizio di ottobre.

Secondo quanto accertato nel corso del procedimento, la donna aveva contratto un’infezione da Morganella morganii, un batterio che può provocare gravi infezioni soprattutto nei pazienti più fragili e sottoposti a procedure invasive.

La consulenza tecnica disposta dal Tribunale ha avuto un ruolo centrale nella ricostruzione della vicenda. Secondo i consulenti, il batterio sarebbe penetrato nell’organismo della paziente attraverso i cateteri venosi o arteriosi utilizzati durante l’assistenza ospedaliera.

I primi segnali della sepsi sarebbero comparsi pochi giorni dopo l’intervento. Nonostante la modifica della terapia antibiotica e la somministrazione di farmaci ai quali il batterio risultava sensibile, l’infezione aveva ormai raggiunto una fase irreversibile.

La setticemia era così progredita fino a determinare lo shock settico e una grave disfunzione di più organi.

I consulenti hanno riconosciuto un collegamento causale tra l’infezione contratta in ospedale e la morte della paziente, qualificando la patologia come infezione correlata all’assistenza, cioè non presente al momento dell’ingresso nella struttura sanitaria e insorta durante il ricovero.

Il giudice non ha individuato responsabilità personali nei medici che avevano seguito la donna. Dalla documentazione sanitaria sarebbe infatti emerso che la paziente era stata assistita correttamente e che, una volta individuata l’infezione, era stata avviata una terapia antibiotica ritenuta adeguata.

La responsabilità riconosciuta dal Tribunale riguarda invece l’organizzazione della struttura ospedaliera e, in particolare, la prevenzione del rischio infettivo.

Secondo la sentenza, l’Azienda sanitaria non avrebbe dimostrato in maniera sufficientemente puntuale di aver adottato, nel reparto e nel periodo in cui la paziente era ricoverata, tutte le misure necessarie per impedire il contagio.

La documentazione prodotta dall’ospedale non è stata ritenuta idonea a provare concretamente l’applicazione dei protocolli di disinfezione, sterilizzazione, sorveglianza microbiologica e controllo delle infezioni.

L’Azienda ospedaliera aveva sostenuto che il batterio potesse essere già presente nell’organismo della donna e che l’infezione fosse stata provocata dal passaggio del microrganismo dall’intestino al sangue.

Una tesi che non ha convinto i consulenti tecnici e il giudice. Gli accertamenti hanno infatti indicato come maggiormente probabile una provenienza esterna del batterio e una contaminazione avvenuta durante l’assistenza postoperatoria.

L’ospedale aveva inoltre ricondotto il decesso alle già gravi condizioni cardiache della paziente. Il Tribunale ha riconosciuto che le patologie pregresse avevano contribuito al peggioramento del quadro clinico, ma ha stabilito che non erano sufficienti a escludere il ruolo determinante della sepsi.

Proprio in considerazione delle patologie già presenti, il giudice ha ridotto di un terzo gli importi risarcitori.

Il Tribunale ha riconosciuto al marito e ai due figli il risarcimento per la perdita anticipata del rapporto familiare.

Al coniuge è stata attribuita una somma di oltre 185mila euro, mentre ai due figli sono stati riconosciuti rispettivamente circa 211mila e 206mila euro. A tali importi si aggiungono il rimborso delle spese funerarie, il danno biologico terminale maturato dalla paziente nei giorni intercorsi tra l’insorgenza della sepsi e la morte, gli interessi e la rivalutazione monetaria.

Il giudice ha invece respinto la richiesta relativa al cosiddetto danno catastrofale, non essendo stata dimostrata la piena e lucida consapevolezza della donna rispetto all’avvicinarsi della morte.

Rigettata anche la domanda sul mancato consenso informato: dagli atti è risultato che la paziente aveva sottoscritto i moduli relativi agli interventi e alle procedure mediche.

L’Azienda ospedaliera è stata infine condannata a sostenere le spese legali dei diversi procedimenti e i costi delle consulenze tecniche disposte durante la causa.

Una sentenza che riporta al centro il tema delle infezioni ospedaliere e dell’obbligo, per le strutture sanitarie, non soltanto di predisporre protocolli di prevenzione, ma anche di dimostrare che tali misure siano state effettivamente applicate nel reparto, nel periodo e nei confronti del paziente interessato.

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