L’Aquila. Programma impegnativo quello che il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, andrà ad eseguire domenica 6 settembre, alle ore 20 presso l’Herlzliya Center of performing Arts in Haifa, per il suo ritorno in Israele, su invito del direttore artistico della Haifa Symphony Orchestra Amos Talmon “Sono estremamente felice di tornare qui in Israele, – ha affermato il direttore Jacopo Sipari di Pescasseroli – una terra a cui mi sono affezionato, già ai tempi del mio dottorato di ricerca in Diritto Penale all’Università di Tel Aviv. Ci sono profondamente legato, ho dei ricordi bellissimi e ho tenuto concerti stupendi, soprattutto perché il livello delle orchestre qui è straordinario. Sento un legame davvero speciale con questa orchestra, con la quale ho condiviso eventi fantastici. Credo che questo sia uno dei programmi più belli che io proponga: la Quinta Sinfonia di Šostakovič è la mia preferita in assoluto, insieme alla Seconda di Rachmaninov.
Il Concerto di Ravel, poi, è un capolavoro indiscutibile che, eseguito insieme a Giuseppe Albanese — con cui ho condiviso innumerevoli palcoscenici —, sarà senz’altro all’altezza delle aspettative. Non vedo l’ora di suonare di nuovo con lui, sono certo che regaleremo al pubblico una serata straordinaria. Questo è solo il primo di una serie di concerti che terrò in Israele con questa orchestra, e non potrei esserne più felice.” “Sono felice di fare questo concerto con Jacopo – ha continuato il pianista Giuseppe Albanese -. In realtà, ogni volta che mi chiedono di eseguire il Concerto in Sol di Ravel accetto con una gioia particolare. Tra le tante esperienze stravaganti accumulate negli anni — con esecuzioni del grande repertorio pianistico nei luoghi più disparati, dai musei ai porti — mi piace sempre ritornare a quel periodo iniziale di studio e formazione. Il Ravel fa parte di quel nucleo ristretto di quattro capolavori, insieme al Quarto di Beethoven, al Concerto di Schumann e al Secondo di Brahms, che al momento della primissima lettura mi fecero letteralmente commuovere fino alle lacrime. La meraviglia di fronte a una bellezza così misteriosa e perfetta è un sentimento che non si è mai affievolito. Sul secondo tempo, l’Adagio assai, si potrebbe parlare all’infinito. Non è un caso che sia la pagina più celebre dell’opera: è un autentico miracolo di architettura formale, un equilibrio prodigioso di calcolo metrico e sottigliezza armonica. Ravel, con la sua eccezionale maestria da “orologiaio svizzero”, riesce a incastonare in quest’arco melodico una serie di filigrane d’oro d’una delicatezza inaudita, capaci ogni volta di lasciare chi ascolta, e chi suona, in uno stato di totale stupore. È straordinario come una minuziosa fattura, quasi da sapiente artigianato, riesca a generare un impatto emotivo così dirompente. Ascoltandolo o suonandolo, si ha davvero la sensazione di varcare la soglia di una stanza appartenuta a qualcuno che non c’è più; una di quelle pagine musicali che si vorrebbero quasi ascoltare in punto di morte. Nasce, così, una forma profonda di emozione dalla pura contemplazione di un universo concepito in modo deterministico, un microcosmo a sé stante, perfetto e sospeso. Sarà un bel concerto, anche perché per me e Jacopo è la prima volta che ci incontriamo su queste pagine. C’è una grandissima voglia reciproca di metterci alla prova su capolavori che non abbiamo ancora affrontato insieme, e non vedo l’ora di scoprire cosa ne uscirà. Nutro per Ravel un’ammirazione viscerale: la sua vita, la sua figura riservata, persino la sua sofferenza sono avvolte da un mistero affascinante. Questo vale per ogni grande della storia, ma in Ravel è davvero arduo scovare anche una sola pagina che non sia sistematicamente bellissima e rifinita ai limiti della perfezione. Da esecutore, ma credo valga anche da ascoltatore, l’unico “difetto” che si può trovare al Concerto in Sol è la durata: lascia quasi la sensazione che il primo e il terzo tempo finiscano troppo presto. È esattamente ciò che accade quando ci si alza da tavola nei ristoranti stellati: quell’impercettibile desiderio che rimane e che è, in fondo, è una delle prove dell’eccellenza”. La serata principierà con la sinfonia de’ “La Forza del Destino”, un omaggio a Giuseppe Verdi, a centoventicinque anni dalla sua morte, con la sua visione policentrica, affermata e riassunta, dopo la sigla del tema fatale (lamentoso, tenero, feroce): la fantasia del musicista dà un giro, mescola insieme le maledizioni, gli squarci lirici e fidenti, parafrasi di battaglie, cerimonie, rabbiosi assalti. Nell’ Italia dell’Ottocento la musica ha svolto un ruolo importante nel divulgare i valori dell’Italia Unita e ha rappresentato la vera anima popolare del Risorgimento, un movimento nato tra gli intellettuali ma sostenuto con passione dal popolo, che si è ritrovato unito al di là di ogni regionalismo, di ogni schieramento, proprio in musica composta da grandissimi, eseguita da una banda, dagli organetti per strada, in casa, o nei teatri: la musica aveva svegliato il popolo e la musica era stata svegliata dal popolo. Si passerà, quindi, all’ esecuzione del Concerto in sol per pianoforte e orchestra di Maurice Ravel, composto tra il 1929 e il 1931 e presentato in prima assoluta al Palais Pleyel di Parigi l’anno successivo, incarna un perfetto equilibrio tra il nitore formale di matrice settecentesca e l’assimilazione linguistica del jazz americano. Articolato nella canonica struttura tripartita Allegro allegramente – Adagio assai – Presto, l’opera si apre con un colpo di frusta che introduce immediatamente un clima ludico e frizzante, dove il pianismo virtuosistico, brillante e trasparente attinge alle sonorità di Gershwin e al ragtime senza mai smarrire la rigorosa architettura contrappuntistica e la raffinata orchestrazione timbrica tipicamente raveliana, caratterizzata da spunti solistici affidati a legni e ottoni (come il celebre assolo dell’ottavino e le scivolate del trombone). Il cuore emotivo dell’opera risiede nel sublime Adagio assai, scritto nel metro di 3/4 e chiaramente ispirato al movimento lento del Quintetto per clarinetto K. 581 di Mozart; qui il pianoforte intona una lunghissima, ipnotica ed estesa linea melodica di pura cantabilità, sostenuta da un’apparente semplicità armonica che cela una complessità ritmica e metrica di straordinaria perizia formale. Quanto poi, al momento in cui sulla lunga frase del pianoforte solo, cala angelica la voce del flauto, tutto si trasforma in una monade, ove risplendono al meglio tutti gli incanti della musica di Ravel, culminante nell’entrata dell’orchestra e nel dialogo struggente con il corno inglese. Quattro accordi, un rullo di tamburo e un colpo di grancassa, dopo questa introduzione che nasce dl ricordo delle acrobazie di Parade, il pianoforte può cominciare la sua vertiginosa toccata. Il Presto conclusivo si configura infine come un meccanico e travolgente perpetuum mobile in forma di rondò, intriso di energia motoria, dissonanze pungenti, ritmi sincopati e un virtuosismo pirotecnico che richiama la precisione meccanica degli automi, riassumendo in pochissimi minuti quell’estetica della nitidezza, dell’ironia e dell’artigianato formale che Ravel ha perseguito per tutta la sua parabola creativa. L’orchestra e il Maestro Jacopo Sipari si cimenteranno, poi, con la Sinfonia n°5 in Re minore op.47 di Dmitrij Šostakovič, datata 1937. Non c’è dubbio che la Sinfonia sia la risposta ad una critica: l’ottimismo era negli anni trenta in Unione Sovietica una parola d’ordine, e basta paragonare la enigmatica conclusione in modo minore della IV sinfonia con la clamorosa conclusione in modo maggiore della Sinfonia n°5, che scatena la bellicosità degli ottoni e dei timpani, per capire che la diversa drammaturgia della Quinta si pone in linea con le direttive del regime. Risposta ad una critica, dunque. Ma dalle critiche nascono splendide creazioni. Quindi, se ci concentriamo, nel finale viene impiegato un nucleo tematico tratto dalla prima delle Quattro romanze su testi di Puskin, “Rinascita”, ma il ritmo dell’inizio del primo movimento, quel ritmo puntato alla francese, è per Bach il simbolo della flagellazione di Cristo. Dalla afflizione si va verso il riscatto e il superamento del conflitto, attraverso un cammino che segue, tuttavia, l’archetipo drammaturgico e formale tradizionale della sinfonia, con evidenti riferimenti stilistici, specie nel secondo e nel terzo movimento a Mahler ma, in questo caso, anche con l’accettazione della poetica mahleriana. Il passaggio dalla IV alla V Sinfonia è insieme stilistico e ideologico. Il linguaggio e la strumentazione della V, non differiscono sostanzialmente da quelli della IV. Ne differisce radicalmente il modello della retorica espositiva, che nella V rientra pienamente nei canoni della tradizione classico-romantica. Il primo e il terzo movimento sono costruiti con un lento accumulo di tensione che raggiunge il climax a due terzi circa della durata e che si distende nell’ultimo terzo. Il secondo movimento è un landler popolaresco e rude, e il finale è organizzato su di una prima e una terza parte estroverse e trionfanti con, in mezzo, un lungo episodio meditativo e lirico.



