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Il 15 ottobre del 2007 ci lasciava Vito Taccone. Dieci anni dopo la sua stella splende ancora

Federico Falcone di Federico Falcone
16 Ottobre 2017
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Avezzano. Ricordate la primavera del 2003? Quella in cui l’ottantaseiesima edizione del Giro d’Italia fece tappa a Avezzano, proveniente da Maddaloni? Avevo qualche anno di meno rispetto a ora, ma la ricordo benissimo. Era il 17 maggio e da qualche giorno la città era in fermento per l’arrivo dell’appuntamento ciclistico più atteso e amato dagli italiani. Nel capoluogo marsicano si respirava aria di festa e ciascuno dei suoi abitanti, a proprio modo, manifestava entusiasmo e orgoglio per essere partire attiva di un evento storico. Il pubblico, si sa, nel ciclismo, è essenziale. In quei giorni il colore rosa, simbolo della maglia vincitrice del giro e della Gazzetta dello Sport (main partner della rassegna) riempiva strade, attività commerciali e stand. Era ovunque. Tornando indietro con la mente a quei giorni, il primo ricordo che riaffiora è quello relativo a quando, in compagnia di mia sorella e mio padre, decidemmo di addentrarci fra i vari tour bus di Petacchi, Cipollini, Garzelli e Simoni (vincitore, poi, di quella edizione). Piazza Torlonia, uno dei luoghi designati a ospitarli, era ricca di colori, di bambini schiamazzanti e adulti eccitati all’idea di poter incontrare i propri beniamini. Persone di tutte le età si erano date appuntamento nei pressi del cuore verde della città. Con un pizzico di fortuna, e un po’ di determinazione, riuscimmo a strappare un autografo a un ciclista che tutti amavano e che chiamavano “Il Pirata”. Né io, né lei, avevamo piena cognizione di chi fosse né immaginavamo la sua impareggiabile importanza, però, il solo fatto di avere un suo cimelio, e di averlo conosciuto, ci mandò in estati. Miracoli dello sport, anche se non si padroneggia appieno.

Cos’ha rappresentato, però, quella tappa del Giro d’Italia per Avezzano? Un evento, un sogno, un’opportunità. Chi ne fu l’artefice? Vito Taccone, il “Camoscio d’Abruzzo”. O, almeno, così si dice. E lui, da marsicano doc, orgoglioso e testardo, non solo non faceva nulla per sciogliere i dubbi, ma ribadiva a gran voce la paternità di quell’avvenimento: “Io, sono stato io a portare il giro nella Marsica. E’ merito mio. Avezzano merita questo appuntamento”. Oltre alle tante, e divertenti, leggende che accompagnavano il suo nome, però, nel corso degli anni, il camoscio più famoso d’Abruzzo non perse mai l’occasione per alimentare i suoi due più grandi amori: il ciclismo e Avezzano. Non necessariamente in quest’ordine, a dire il vero. Amava la sua città, nei cui confronti si è sempre prodigato organizzando attività sportive, promuovendo eventi e sponsorizzando giovani atleti. La portava sul palmo di una mano, perché era la culla dove nacque il suo sogno. Era Parigi, Londra, Roma e Berlino messe assieme, perché, più semplicemente, era casa sua. E, si sa, guai a parlare male della propria terra a un marsicano, soprattutto a un avezzanese nato nel secondo dopo guerra e trent’anni dopo il devastante terremoto. Verace, sanguigno, determinato, è stato amato – ed è amato tutt’ora –  perché “uno del popolo”, umile e mai incline a piegare la testa di fronte alle difficoltà. Un vero abruzzese, di quelli che ami, o odi. Vito Taccone era benvoluto, nonostante il caratteraccio che, spesso, lo faceva apparire diverso da chi fosse realmente. Celebre  l’episodio della scazzottata con lo spagnolo Manzaneque che lo accusava di provocare cadute durante le corse: “Con quei connotati da delatore che ti ritrovi, sono sicuro che sei tu a accusarmi”. Caro buon vecchio Vito, che amabile caratteraccio che avevi!

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Sono passati dieci anni da quando un infarto lo uccise. Quello, solo quello, poteva ucciderlo. Non la fatica di ripide salite o estenuanti corse sulla due ruote. Cosa vuoi che fossero. E neanche le personali vicende giudiziarie che lo privarono di serenità, portandolo a incatenarsi di fronte al tribunale, per chiedere giustizia. Anche in quella circostanza, il suo stile fu ben riconoscibile. Sotto le catene, la tuta. Simbolo eterno di legame con lo sport. Sinonimo di passione, icona di fedeltà a quell’attività per cui ha dato tutto se stesso. Una decade dopo, però, la sensazione che la sua carriera non sia incensata a dovere è palpabile. E’ stata eretta, si, una statua in suo onore, ma la stessa, dopo essere stata trafugata per poi essere ritrovata, giace ora in qualche scantinato degli uffici amministrativi del comune di Avezzano. Ecco perché chiediamo a gran voce che la memoria di Vito Taccone venga rispolverata e riposizionata laddove, fino a qualche anno fa, veniva illuminata e riscaldata dalla luce del sole, coccolata dalla brezza di montagna, salutata dai suoi eredi in bicicletta. Lì, nei pressi del valico del Salviano, la sua memoria era viva, protetta da quella natura che ha attraversato e onorato per centinaia di migliaia di chilometri. Il ricordo del nostro famoso concittadino e ciclista non può e non deve essere dimenticato o offuscato dal mero trascorrere del tempo. Avezzano necessita dei suoi simboli, della sua appartenenza e dei suoi eroi, sportivi e non. Tutti noi abbiamo bisogno di ricordare che, anche se viviamo in una realtà di provincia, con i giusti sacrifici e la giusta determinazione si può arrivare ovunque. Come Vito, come il “Camoscio d’Abruzzo”. Federico Falcone

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