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Grande successo per Jessica Pratt e Jacopo Sipari al Teatro Verdi di Salerno

Redazione Abruzzo di Redazione Abruzzo
19 Maggio 2026
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foto Massimo Pica

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Teatro Verdi di Salerno, straripante in ogni ordine di posto, per applaudire la regina del belcanto, una generosissima Jessica Pratt, la quale ha donato un programma intensissimo e letteralmente “sopra le righe” alla cittadinanza, insieme all’orchestra e al coro del Conservatorio “Giuseppe Martucci”, diretti dal Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli.

 

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La serata, dal titolo “Delirio. Scene di follia del melodramma italiano”, ha salutato Jessica Pratt presentare il suo ultimo progetto, distribuito dalla sua casa discografica Tancredi, dedicato alle celebri scene di follia del repertorio operistico italiano, è stato l’evento centrale del congresso “Human After Code.

 

 

 

Pratiche e teorie della creatività aumentata”, primo appuntamento delle iniziative scientifiche promosse nell’ambito del PRIN “Etica sociale e creatività aumentata: indagine sul ruolo dell’intelligenza artificiale e delle forme algoritmiche nella musica, nelle arti visive e nel design”, progetto di cui il Conservatorio salernitano è capofila, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Napoli e con l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Roma.

 

 

 

In sala pubblico internazionale, a partire dalla delegazione olandese guidata da Daniel Kühnel, Direttore Artistico dell’Orchestra Sinfonica di Amburgo e del Marta Argerich Festival, venuta per visionare pianisti e strumentisti per la programmazione estiva, nonché i relatori del congresso, tra cui la vicepresidente della Facoltà di Arti – Dipartimento di Musica, nonchè presidente del Consiglio dell’Opera del Kosovo Rreze Kryeziu, intervenuta al convegno in qualità di musicologa. Lungo il preambolo al gala, con il Direttore Fulvio Artiano e il Presidente del Martucci Vittorio Acocella a illustrare le ragioni e i traguardi raggiunti dalla massima istituzione cittadina, ovvero, da una parte, quella di lanciare in un agone sempre più alto e prestigioso gli studenti, presenti in ogni scrigno musicale europeo e, dall’altra, la volontà di essere centro della cultura salernitana, scendere da un’altura dai retaggi antichi e conquistare i luoghi pulsanti della città, riempiendoli di suoni, colori ed emozioni. “Benedizione”, ormai abituale, da parte di Giovanna Cassese, storica dell’arte e accademica, figura chiave nel comparto Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica, Presidente del Consiglio Nazionale delle Istituzioni Afam, una sfida, la sua, diremmo vinta, consistente nel portare avanti una battaglia per il  pieno riconoscimento universitario del ruolo dell’Alta formazione Artistica, in ambito nazionale, per la dignità e la valorizzazione della ricerca nel campo di tutte le arti. Ragazzi frementi dietro le quinte, ovvero l’orchestra e il coro del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, con qualche maestro a sostegno, a partire dal Konzertmeister Giovanni Barbato e dal I flauto, Mario Pio Ferrante, che ha festeggiato il suo genetliaco, quale protagonista, mentre il podio ha salutato l’invocato ritorno del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli. Con loro l’astro più luminoso del belcanto internazionale, il soprano australiano Jessica Pratt, acclamata a Salerno nel 2010 quale Juliette con al suo fianco Saimir Pirgu nell’opera di Charles Gounod e solo lo scorso anno quale eccezionale Gilda nel Rigoletto, generosissima ed eclettica, come sempre, la quale ha accettato il cimento di eseguire intere scene lunghe, altamente virtuosistiche quali sono follie e deliri, con un’orchestra composta da ragazzi. Voce come strumento e strumenti come voce, è la caratteristica del belcanto italiano, che discende direttamente dai castrati, una grandissima attenzione all’agogica, quelle “forchette” sotto le note lunghe, che la Jessica Pratt ci ha regalato a qualsiasi altezza si trovasse, così come gli “strumentini”, su tutti il flauto di Mario Pio Ferrante, il clarinetto di Francesco Abate, i quali si sono trovati voci sole pari a quelle del soprano, e in cui abbiamo riconosciuto, unitamente agli ottoni, quella scuola che li vuole latori di un suono purissimo, morbido, duttile, iridescente e di un virtuosismo spinto, ove si ha da “cantare” e “suonare” (non è lo stesso di “arrivarci”) qualsiasi sovracuto. E’ questa la pari descrizione per la Pratt e per i diversi fiati, con un primo oboe, Lia Merlino, che ha ancora da lavorare ancora sul suono e in particolare sul fraseggio, relativo a tale periodo, e che insieme sono passati attraverso la sinfonia del Don Pasquale, una pagina che è risultata ancora di assestamento, per l’orchestra e la bacchetta di Jacopo Sipari. Una prima parte di concerto, veramente funambolica, con l’esecuzione della scena del sonnambulismo integrale da parte della Pratt e con il coro del conservatorio che, agli ordini del Maestro Francesco Aliberti in veste anche di corista, ha trovato i giusti impasti per eseguire “Ah! non credea mirarti, e Ah! Non giunge uman pensiero”, filologicamente in Fa, quindi con un acuto senza appello, dove più nulla si può trarre, dalle formule obbligate del virtuosismo canoro che è portato qui alle sue estreme conseguenze, ma appare, comunque, condizionato all’architettura musicale, che si determina in una costante unitaria fra voce e discorso drammatico dell’orchestra, finemente colto da un attentissimo Jacopo Sipari. Non solo super voce, ma anche e, soprattutto, è donna di teatro la Pratt, la quale ha regalato ben sei cambi d’abito, uno per ogni scena. Dopo Amina è giunta Emilia di Liverpool, altra ricerca storico-filologica sulla prima follia di Donizetti, “Ecco, miratela….Madre! Deh placati…Ah di contento ripiena ho l’alma”, con la Pratt padrona del magistero stilistico del belcanto virtuosistico, fondato sulla nitidezza assoluta della linea melodica e della coloratura. Sinfonia dall’Anna Bolena, di Gaetano Donizetti, ancora una splendida prova dell’orchestra, prima di chiudere la prima parte della serata con la Lucia di Lammermoor e l’elogio della follia per eccellenza,  “Oh giusto cielo… Il dolce suono…Ardon gl’incensi… Spargi d’amaro pianto…”. La Pratt possiede una voce avvolgente, con riflesso cristallino purissimo, unitamente a quel certo che d’infantile, disarmato e indifeso, connesso col metallo stesso di quel tipo di voce, che si addice all’innocenza e all’infelicità di eroine romantiche quale è Lucia, ma che non preclude la possibilità di un certo rilievo tragico nella recitazione. Il rischioso duel col flauto si è chiuso, com’è giusto, senza vinti né vincitori, sul piano tecnico, agli ordini della bacchetta comunicativa ed esperta di Jacopo Sipari. Coro protagonista nell’abbrivio della seconda parte della serata con in coda al Preludio dell’Elisir d’amore, “Bel conforto al mietitore”, toni chiari in orchestra per una pagina adatta ai giovanissimi esecutori, per quindi ritornare al Vincenzo Bellini de’ “I Puritani”, con “O rendetemi la speme… Qui la voce sua soave… Vien diletto”, ancora angosce e trasalimenti mentre va rimarcata l’estrema aderenza psicologico-stilistica della Pratt, la sua capacità di profilare amore e follia senza leziosità. Finale del programma ufficiale con “Linda! A che pensate… Nel silenzio della sera… No non è ver mentirono…”, da Linda di Chamonix di Gaetano Donizetti, con tutte le acciaccature, le noticine, i portamenti eseguiti con classe, gli acuti smaglianti e svettanti generanti la cosiddetta “caduta del teatro”. Rose rosse e due bis: “Glitter and Be Gay”, tratta dall’operetta Candide di Leonard Bernstein, felice parodia delle arie di follia, mentre il personaggio di Cunegonda accetta la sua vita da cortigiana. E qui Jacopo Sipari ha ancora agito con la tecnica focosa di un pennello supportato da una tavolozza dai colori sgargianti, adatti certamente ai giovani, in un brano in cui si sono imposte le percussioni di Alfonso Nocera, Alfonso Izzo, Domenico Donatantonio, Alessandro Campilongo con Simone Parisi ai timpani, che hanno tenuto banco, specialmente nei vari finali con piatti suonati con orchestral touch, su di un palcoscenico affatto facile. Applausi e un po’ di corda alla bambola Olympia de’ “Les Contes d’Hoffmann” di Offenbach in “Les oiseaux dans la charmille”, attraverso la raganella di Domenico Donatantonio, a dar la molla per ancora altri infiniti giuochi pirotecnici con la voce. Ancora applausi scroscianti e appuntamento con il Conservatorio al Teatro Verdi per novembre quando sarà messa in scena “Die lustige Witwe” di Franz Lehàr.

 

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