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Gli stivali del gatto: questa sera a Balsorano l’opera ispirata alla favola omonima di Perrault

Giulia Antenucci di Giulia Antenucci
8 Agosto 2019
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Balsorano. Va in scena questa sera a Balsorano, in collaborazione con Fantacadabra e per una produzione del Teatro Stabile d’Abruzzo, “Gli stivali del gatto”, opera liberamente ispirata alla favola omonima di Perrault. Protagonisti Santo Cicco, Martina Di Genova e Roberto Mascioletti, scene e costumi Antonella Di Camillo e Daniela Verna, musiche e canzoni di Paolo Capodacqua, ideazione e regia di Mario Fracassi.

Lo spettacolo si presenta come uno scherzo leggero e irridente, dove tutte le situazioni che possono prestarsi alla risata, allo sberleffo, al nonsense e all’effetto comico sono amplificate ed accentuate dagli interventi dei personaggi come in una sorta di viaggio fantastico, con il trionfo della bizzarria e del gioco.

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“Abbiamo voluto leggere in questa fiaba”, spiega il regista, “un riferimento esplicito alla Maschera e alla Commedia dell’Arte, trasformando il costume del “Gatto con gli stivali” (che indossa il giovane ragazzo) in una sorta di costume che rimanda all’idea di un Pulcinella o un Arlecchino. E’ il regno del divertimento puro, è sorpresa, è un lavoro leggero e ironico”.

“Sì, è una storia dove trionfa la fantasia delle trovate continue”, sottolinea, “degli equivoci e del surreale, dove la Commedia dell’Arte si mescola con l’avvicendarsi delle storie, dove l’allegria ed il grottesco la fanno da padroni. Ma non temete: alla fine, anche stavolta, non solo salveremo la Principessa (è una favola, no?) ma quasi quasi le troveremo anche marito. O no”.

“Un giovane e sfortunato ragazzo si traveste da Gatto”, racconta, assumendo su di sé il ruolo dell’eroe e, dunque, del bambino, usando l’astuzia e l’inganno, si procura ricchezza e felicità facendosi beffe del potere costituito; tale potere è rappresentato da un Orco da operetta. Il ragazzo, terzo figlio di un povero mugnaio, riceve in eredità una maschera e un vestito da gatto. Naturalmente è disperato, ma, quando capisce il valore dell’eredità che il padre gli ha lasciato”.

“Nella commedia c’è un re”, spiega, “con due grandi problemi che non lo lasciano invecchiare in pace:sua figlia, la principessa, rifiuta tutti i numerosissimi pretendenti perché aspetta il vero amore per sposarsi e in tutto il regno non c’è più traccia di un coniglio, il piatto preferito del vecchio re. Il re ha a sua disposizione molti cacciatori, ma nessun uomo caccia meglio del gatto con gli stivali che riesce a catturare molti conigli, e ogni giorno ne fa dono al sovrano da parte del suo padrone, il marchese di Carabàs (che poi è sempre il ragazzo con la maschera da gatto). Sia il padre che la bella e nubile figlia sono sempre più curiosi di conoscere il loro benefattore e arriva il giorno in cui il Gatto accetta di condurli da lui”.

“Il ragazzo è ben felice di presentarsi come marchese di Carabàs”, conclude, “e anche di sposare la principessa, ma un nobile deve possedere ricche vesti, terre e un castello. Il regno confinante appartiene al terribile orco Popanz di cui nessuno conosce il vero aspetto, poiché Popanz è capace di infinite metamorfosi; proprio sfruttando le doti magiche e lo stupido orgoglio dell’orco, il gatto lo induce a trasformarsi in un topolino e se lo mangia in un sol boccone”. 

 

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