Avezzano. Il dibattito sulla riorganizzazione del ciclo dei rifiuti in Abruzzo si accende e si concentra sul territorio della Marsica. Al centro della discussione c’è la richiesta, sollevata da diversi sindaci e rilanciata con frequenza sui media e sui social da un imprenditore locale, di modificare la legge regionale per consentire la costituzione di sub-ambiti territoriali. Una mossa che, secondo il consigliere regionale Gianpaolo Lugini, nasconde profonde contraddizioni politiche e gestionali.
Il paradosso dell’autonomia perduta. Lugini interviene nel dibattito ponendo una domanda diretta ai primi cittadini del territorio: qual è il senso di invocare oggi l’autonomia gestionale e la tutela degli investimenti comunali quando, solo pochi mesi fa, si è scelto di modificare e depotenziare l’assetto di una realtà che rappresentava un patrimonio storico per l’intera regione?
Il riferimento esplicito è ad ACIAM, la società a partecipazione pubblico-privata che per oltre vent’anni ha gestito con successo il ciclo dei rifiuti nella Marsica, realizzando importanti impianti all’avanguardia (come quello per il trattamento della frazione organica e la produzione di biometano) grazie anche a cospicui finanziamenti pubblici. Nel 2024 la modifica dello statuto ha aperto al rafforzamento della componente privata, un’operazione su cui lo stesso consigliere aveva già espresso forti perplessità.
I nodi del passato e la Legge Madia. Secondo il consigliere regionale, le responsabilità partono da lontano, nello specifico dal 2017. Con l’entrata in vigore della Legge Madia (D.lgs 175/2016), le società miste avevano l’obbligo di adeguarsi ai nuovi dettami normativi – come la selezione del socio privato tramite gara a doppio oggetto – entro il 31 dicembre di quell’anno.
“Per quale motivo nel 2017 non è stata adeguata una società che all’epoca presentava bilanci in attivo ed era un fiore all’occhiello del territorio?”, incalza Lugini. “Se quell’adeguamento fosse stato completato nei tempi previsti, oggi avremmo già un soggetto societario pubblico-privato strutturato e pronto a rispondere alle esigenze attuali, senza dover ridiscutere tutto da zero”.
Il vuoto oltre la norma: quale modello per il futuro?
La critica di Lugini si sposta poi sul piano tecnico e operativo. Chiedere alla Regione una modifica legislativa per ottenere un sub-ambito, avverte il consigliere, è solo una scatola vuota se non si chiarisce prima chi gestirà concretamente il servizio e con quali risorse.
Le strade sul tavolo per i sindaci sarebbero tre, tutte complesse:
- Ricostituire da zero un nuovo soggetto interamente pubblico per un affidamento in house.
- Creare una nuova società mista avviando una complessa gara a doppio oggetto per trovare un partner privato.
- Arrendersi all’evidenza e ricorrere alle gare pubbliche di affidamento tramite l’autorità d’ambito regionale (AGIR).
“Basta slogan, serve coerenza”.
Per il consigliere il tema non può e non deve essere ridotto a un mero campanilismo o a una contrapposizione politica tra la Marsica e l’area aquilana.
“Non si può prima smantellare il patrimonio pubblico modificandone l’assetto e poi pretendere che la Regione intervenga con una nuova legge per ricostruire ciò che avevamo già in casa”, conclude Lugini. “Prima di chiedere più autonomia alla Regione, i sindaci abbiano il coraggio di spiegare ai cittadini cosa è stato fatto del patrimonio che era già in loro possesso e quale modello societario intendono adottare per il futuro dei servizi ambientali”.




