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Diga dell’Ancipa: la memoria riaffiora dalla terra, il sacrificio e le cicatrici di una storia dimenticata servano da monito

La sicurezza sul lavoro deve essere un diritto

Redazione Attualità di Redazione Attualità
15 Ottobre 2026
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Capistrello. Sabato scorso a Troina è stato compiuto un atto doveroso di giustizia storica e civile. L’inaugurazione della lapide commemorativa per i caduti nella costruzione della diga dell’Ancipa e la presentazione del libro di Basilio Arona, “Le sciagure dimenticate“( ed Carthago) . Un testo prezioso che squarcia il velo del tempo su una delle pagine più drammatiche dell’ingegneria e del lavoro nell’Italia del dopoguerra, raccogliendo nomi, volti e storie di vite spezzate nell’ombra dei grandi cantieri del dopoguerra.

Trovarmi lì, sul luogo esatto in cui mio nonno Augusto Bisegna perse la vita, ha avuto il sapore dolce e amaro del ricongiungimento, della chiusura di un cerchio. La storia di mio nonno Augusto è il romanzo doloroso di un’intera generazione del Sud. Nato a Capistrello nel 1912, Augusto aveva visto il suo primo matrimonio con Maria Nicola Murzilli spezzarsi nel 1938 per le complicazioni di una gravidanza, lasciandolo con due bimbe piccole, Assunta e Domenica. Pochi anni dopo, la furia della Seconda Guerra Mondiale aveva ferito a morte la sua terra: tra il maggio e il giugno del 1944, i bombardamenti alleati dell’operazione Strangle avevano devastato Capistrello, colpendo persino il cimitero e disperdendo per sempre i resti della prima moglie. Chiamato alle armi e catturato dopo l’8 settembre 1943 dai nazisti, Augusto visse l’inferno della prigionia come Internato Militare Italiano (IMI), sopravvissuto nei lager nazisti — probabilmente nello Stalag X-B di Sandbostel. Tornato in Italia, per sfuggire alla miseria, iniziò un calvario di migrazioni lavorative, spostandosi da Caserta a Bolzano, da Terni nello zuccherificio di Avezzano, fino alla scelta fatale di partire per la Sicilia attratto da una paga migliore. Tra la fine del 1952 e l’inizio del 1953, l’addio a casa fu lacerante. Mia zia Domenica, 90 anni, l’unica figlia di mio nonno in vita (l’altra Assunta è scomparsa nel 2011), mi ha raccontato quel drammatico distacco.

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Mio padre Mosè, nato nel 1947 dalle seconde nozze con mia nonna Elena Dora Stinellis e scomparso nell’agosto del 2025, aveva appena cinque anni quando si aggrappò disperato ai pantaloni del padre implorando: «Papà, non andare alla lavorata!». Augusto partì con una valigia di cartone con pochi oggetti personali, come tanti in quegli anni. Il 4 marzo 1953 inviò la sua ultima lettera alla moglie. Il giorno dopo, il 5 marzo, un masso staccatosi nel cantiere di contrada Pietralunga a Troina lo colpì alla testa, spegnendo la sua vita a soli 40 anni. Un dolore immane aggravato dal tragicamente smarrimento della salma sulla via del ritorno, dovuto ad un errore burocratico, e da una lunga battaglia legale della vedova per ottenere i diritti minimi. Ma la tragedia dell’Ancipa non fu un caso isolato. L’opera costò la vita a ben 48 lavoratori. Tra loro, una dolorosa e significativa pattuglia di operai giunti dall’Abruzzo, partiti dai nostri paesi con lo stesso pane duro e la stessa speranza nel cuore:

  • Bisegna Augusto (Capistrello, 40 anni)
  • Stati Giuseppe (Capistrello, 34 anni)
  • Colarossi Amabile (Rocca di Mezzo, 26 anni)
  • Colarossi Vito (Rocca di Mezzo, 27 anni)
  • Castelli Gildo (Sant’Eusanio Forconese, 52 anni)

Accanto a loro, tanti altri giovani della Sicilia, Lazio, dell’Emilia Romagna, Basilicata, Calabria, Friuli Venezia Giulia, Marche, Veneto, Toscana.

Tra le pagine più drammatiche della costruzione della diga dell’Ancipa, tristemente famosa è la cosiddetta “Quarta Finestra” su cui Anna Vasquez ha scritto un romanzo intitolato appunto “La quarta finestra”. Nello scavo immane delle gallerie sotterranee e degli impianti idroelettrici, le “finestre” erano i cunicoli di accesso laterali aperti lungo il costone della montagna per raggiungere il tracciato principale della galleria, consentire l’aerazione, l’uscita del materiale di risulta e l’ingresso delle squadre di operai. Il 5 dicembre 1950 nella Quarta Finestra, in contrada Candela, a valle dal centro abitato e poco distante dal paese si sentì un forte boato: l’esplosione portò con sé 13 minatori.

“Non siamo numeri”, hanno recitato gli amici dell’associazione teatrale “I Viandanti”di Troina, leggendo i nomi di tutte le persone morte. Trovarsi lì, guardare quel luogo imponente e pensare al sacrificio di mio nonno e di tutti gli altri minatori è stato un momento di profonda commozione, ma anche di forte consapevolezza. Dobbiamo nutrire la memoria e il ricordo, Capistrello ha un monumento dei Caduti sul Lavoro, è l’unico paese in Italia, ad averlo; un contributo di sangue per una comunità così piccola inaccettabile.  La sicurezza sul lavoro non è un costo, né un semplice adempimento burocratico: è un diritto umano fondamentale. Nessuno dovrebbe mai morire di lavoro. Nessuna famiglia dovrebbe mai piangere un padre, un nonno, un figlio o un fratello uscito di casa per andare a lavoro e non vederlo rientrare. Eppure continua ad accadere con una media nazionale vergognosa: tre morti al giorno. Mi auguro che il Comune di Capistrello e quello di Troina possano aprire un gemellaggio: questa “sciagura dimenticata” può e deve nutrire un rapporto di fratellanza e diventare memoria viva, un atto civile che nutra una cultura della sicurezza. Augusto Bisegna

 

 

 

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