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“Dieci ore senza assistenza a scuola”, l’appello di una madre che chiede risposte

Alessandra Ciciotti di Alessandra Ciciotti
24 Ottobre 2026
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Avezzano. «Da soli non ce la possiamo fare». È l’appello di una madre residente in un comune della Marsica, che chiede alle istituzioni di intervenire per garantire al figlio diciassettenne la possibilità di frequentare regolarmente tutte le ore di scuola.

 

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Il ragazzo frequenta il terzo anno del liceo artistico Bellisario di Avezzano. Fino allo scorso anno scolastico era iscritto a un altro istituto; successivamente ha proseguito il proprio percorso formativo scegliendo una nuova scuola, con l’obiettivo di continuare a studiare, coltivare le proprie capacità e mantenere occasioni di socializzazione con i coetanei. Una scelta importante per il suo futuro, che oggi, secondo il racconto della madre, si scontra con una difficoltà ancora irrisolta: la mancanza di una copertura assistenziale per l’intero orario scolastico settimanale.

 

Il quadro descritto dalla famiglia è preciso. Su un orario settimanale complessivo di 36 ore, 18 sarebbero coperte dall’insegnante di sostegno e 8 dall’assistente specialistico. Resterebbero quindi dieci ore senza la copertura assistenziale che la madre ritiene necessaria per consentire al figlio di frequentare regolarmente. La conseguenza, racconta la donna, è che il sabato, quando il supporto non sarebbe disponibile, madre e figlio si ritrovano costretti a tornare a casa.

 

Non si tratta soltanto di un problema di organizzazione scolastica. Per la famiglia significa vedere limitata la possibilità del ragazzo di partecipare alla vita della propria classe e, allo stesso tempo, dover riorganizzare gli impegni quotidiani. La madre riferisce infatti di essere costretta a rinunciare alla propria disponibilità lavorativa nei giorni interessati, per far fronte alle necessità del figlio. Dietro le dieci ore mancanti ci sono dunque due diritti che rischiano di entrare in conflitto nella vita quotidiana: quello del ragazzo a un percorso scolastico adeguato alle sue esigenze e quello della madre a poter svolgere la propria attività lavorativa senza essere lasciata sola nella gestione di una carenza assistenziale.

La madre racconta di aver inviato numerose e-mail e di essersi recata personalmente presso gli uffici competenti. Le interlocuzioni avrebbero coinvolto il Comune di Avezzano, la dirigenza scolastica e la neuropsichiatria territoriale. Secondo quanto riferito dalla donna, dal Comune sarebbe arrivata l’indicazione che non sarebbe possibile erogare più di otto ore di assistenza specialistica per alunno, limite che sarebbe stato fissato dalla Regione, con l’invito a rivolgersi alla neuropsichiatria per ottenere le ore mancanti. Anche questo passaggio, tuttavia, non avrebbe portato alla soluzione attesa.

 

La famiglia denuncia così una situazione nella quale, nonostante le richieste e i contatti avviati, non sarebbe ancora stato individuato un intervento capace di garantire la frequenza scolastica per l’intero orario. «Mi chiedo quali siano le nostre colpe e quali siano i nostri diritti. Mio figlio dovrebbe rinunciare alle ore di scuola soltanto perché è disabile?», è la domanda che la madre rivolge alle istituzioni.

La donna non intende accettare una riduzione dell’orario scolastico come soluzione al problema. La sua richiesta è che siano individuate le risorse e le modalità organizzative necessarie per permettere al figlio di frequentare la scuola senza essere penalizzato dalle difficoltà di copertura assistenziale. C’è un altro elemento che la madre considera centrale nella vicenda. Nei precedenti Piani educativi individualizzati, redatti dalla scuola, sarebbe già stata evidenziata la necessità di un supporto adeguato alle condizioni del ragazzo, descritto dalla famiglia come uno studente con bisogni assistenziali particolarmente elevati. Per la donna, questo rende ancora più difficile comprendere perché, nonostante le esigenze fossero già state segnalate, la situazione continui a non trovare una risposta definitiva.

 

Il Piano educativo individualizzato è lo strumento attraverso il quale vengono definiti gli obiettivi educativi e didattici e individuate le misure necessarie a favorire l’inclusione dello studente con disabilità. La normativa contempla anche la proposta delle risorse professionali da destinare all’assistenza, all’autonomia e alla comunicazione. La questione posta dalla famiglia, pertanto, non riguarda soltanto il numero delle ore assegnate, ma anche la necessità di verificare se le risorse effettivamente disponibili siano adeguate ai bisogni documentati e quali interventi possano essere attivati per colmare le eventuali carenze.

Per questa madre, la scuola non rappresenta esclusivamente il luogo in cui il figlio apprende e costruisce il proprio futuro. È anche uno spazio fondamentale di incontro, relazione e crescita personale. La donna racconta che, considerate le condizioni del ragazzo, anche la possibilità di praticare sport è fortemente limitata. La prosecuzione degli studi ha quindi assunto un valore ancora più importante, perché gli permette di mantenere un contatto con il mondo dei coetanei e di vivere esperienze che altrimenti rischierebbero di diventare difficili da raggiungere.

«Dove e quando dovrebbe socializzare mio figlio, se viene meno anche la possibilità di frequentare regolarmente la scuola pubblica?», è il senso della sua denuncia. La madre non chiede privilegi. Chiede che il figlio venga considerato nella sua interezza, con le proprie caratteristiche, i propri bisogni e le proprie possibilità, senza che la disabilità si trasformi in un ostacolo alla partecipazione scolastica.

Un incontro si è svolto l’8 ottobre, secondo quanto riferito dalla madre, alla presenza della vicepresidenza del liceo artistico, della dirigente dei servizi sociali e di un neuropsichiatra. In quell’occasione, racconta la donna, sarebbe stata prospettata una rapida risoluzione del problema, nel giro di pochi giorni. A distanza di oltre due settimane, però, la famiglia riferisce di non aver ancora ottenuto una risposta definitiva. La madre si ritrova così a dover affrontare nuovamente una situazione che sperava fosse ormai vicina alla soluzione. Alla stanchezza si aggiunge la preoccupazione per il percorso scolastico del figlio e per le ripercussioni che questa incertezza ha sulla vita familiare e lavorativa.

Il suo appello non vuole essere un attacco personale, ma una richiesta pubblica di chiarezza: quali ostacoli impediscono di garantire il supporto necessario? Quali enti devono intervenire? Quali misure concrete possono essere adottate e in quali tempi?

Sono domande alle quali la famiglia chiede una risposta formale, anche per comprendere quali passi intraprendere qualora la situazione dovesse rimanere invariata.

La vicenda riporta al centro un tema che riguarda l’intera comunità: il significato concreto dell’inclusione scolastica. Il diritto all’istruzione e la partecipazione degli studenti con disabilità sono tutelati dalla normativa italiana. La distribuzione delle competenze tra scuola, enti territoriali e servizi sanitari può richiedere un coordinamento complesso, ma è proprio questo coordinamento che dovrebbe consentire di individuare risposte adeguate ai bisogni dei singoli studenti. La famiglia chiede che le istituzioni coinvolte facciano chiarezza sulle rispettive competenze e individuino una soluzione condivisa, senza lasciare che le difficoltà organizzative si traducano in una limitazione della frequenza scolastica.

La madre, intanto, ribadisce di non voler arretrare. Non intende rinunciare al percorso formativo del figlio né accettare che un orario ridotto diventi l’unica alternativa a una copertura assistenziale insufficiente. La sua è una richiesta di tutela, ma anche un richiamo alla responsabilità pubblica: l’inclusione deve tradursi in interventi concreti, soprattutto quando le necessità di uno studente sono state già segnalate e documentate.

«Da soli non ce la possiamo fare». Una frase che riassume la fatica di una famiglia.

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