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Case di Comunità, la CGIL interviene sulla polemica: “Serve una programmazione reale per un territorio montano e penalizzato”

Silvia Rosiello di Silvia Rosiello
28 Settembre 2026
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L’Aquila. La recente polemica esplosa tra la Asl 1 e la Uil Fp riporta al centro del dibattito politico-sanitario la controversa collocazione della Casa di Comunità all’interno del perimetro dell’ospedale San Salvatore. A intervenire con decisione sono la CGIL e la FP CGIL L’Aquila, che rivendicano la propria storica battaglia per la localizzazione della struttura a Collemaggio, bocciando nettamente le scelte della precedente direzione aziendale guidata da Ferdinando Romano.

“Le Case di Comunità nascono con un obiettivo preciso: decongestionare i presidi ospedalieri
e garantire una sanità di prossimità che sia capillarmente diffusa sul territorio, facilmente
accessibile e riconoscibile da parte della cittadinanza. Inserire questa struttura dentro il principale
ospedale cittadino rappresenta un vero e proprio controsenso logistico e concettuale. Invece di
avvicinare la cura ai quartieri e alle frazioni, si costringono le cittadine e i cittadini a recarsi
nuovamente in un hub ospedaliero già saturo, aggravando, altresì, i cronici problemi di mobilità e
parcheggio del San Salvatore” affermano CGIL e la FP CGIL in una nota congiunta.

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“La nostra battaglia – articolata nel tempo con presidi, manifestazioni, consigli comunali e ripetuti
incontri con l’allora direzione strategica – è stata condivisa da forze politiche e associazioni, ma
mai in quella fase abbiamo ascoltato la voce della UIL FP e di altre Organizzazioni
Sindacali. Il sindacato in questione alza una polemica solo oggi, con un ritardo evidente che rischia persino di compromettere le attuali strutture e i servizi essenziali che si trovano a
Bazzano”

“Questa vicenda – continuano – riaccende inevitabilmente i riflettori su una programmazione sanitaria totalmente mancante. Ferdinando Romano, dimostratosi del tutto ignaro delle necessità del territorio, scelse di utilizzare le risorse del PNRR – dedicate specificamente alla salute e al rafforzamento della
medicina di prossimità – per fare di fatto edilizia ospedaliera, tradendo la vera missione per cui
quei fondi erano stati stanziati. La città dell’Aquila aveva ben altre necessità, tra le quali quella di
rafforzare la presenza di presidi sanitari nella zona est per soddisfare i bisogni di una
popolazione rimasta scoperta. Quando una scelta amministrativa è dettata da altri scopi non
realizza mai i suoi veri obiettivi: oggi la città si trova a dover cercare soluzioni d'emergenza ai
danni prodotti da chi, puntualmente, non ha avuto la capacità di ascolto per poi lasciare la guida
dell’incarico assegnatogli”.

A supporto della propria tesi, il sindacato richiama la peculiare conformazione geografica della ASL 1 Avezzano-Sulmona-L’Aquila, che copre 5.047 chilometri quadrati pari al 47% dell’intero territorio abruzzese.

Un bacino di 108 comuni caratterizzato da distanze estreme: tra Campotosto (a nord) e Alfedena (a sud) intercorrono 169 chilometri, percorribili in circa tre ore di macchina. Oltre il 22% dei centri si trova al di sopra dei 1.000 metri di altitudine, con sette comuni che superano persino quota 1.300 metri.

In un contesto morfologico così complesso – dove si contano complessivamente 73 punti di erogazione (28 nell’area Aquilana, 20 nella Marsica e 25 nell’area Peligno-Sangrina) – concentrare i servizi territoriali negli ospedali (scelta adottata anche a Sulmona) rischia di penalizzare fortemente l’accesso alle cure.

Alla luce di questi dati, la CGIL chiede una revisione della programmazione e una più equa distribuzione delle risorse del Fondo Sanitario Regionale che tenga conto dell’estensione e dell’orografia delle aree interne. Il sindacato ha già inoltrato alla direzione della ASL 1 una richiesta formale di incontro per affrontare in modo organico le criticità della sanità pubblica aquilana.

Tags: abruzzo
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