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Il soprano Donata D’Annunzio Lombardi è Madama Butterfly: a Skopje il 20 maggio

Redazione Abruzzo di Redazione Abruzzo
18 Maggio 2026
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Avezzano. Madama Butterfly secondo Donata D’Annunzio Lombardi. Il celebre soprano abruzzese sarà assoluta protagonista per la prima del capolavoro pucciniano in scena a Scopje il 20 maggio per la LIV stagione del National Opera &Ballet del teatro nazionale di Macedonia.

 

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Madame Butterfly mercoledì 20 maggio, alle ore 20 impreziosirà, a Skopje, il LIV cartellone dell’Opera Nazionale della Repubblica di Macedonia, allestito da Dejan Stoev. Volutamente esotica, come sarà, poi, Turandot; la tragedia, musicata da Giacomo Puccini, consumata ai danni di un’ingenua giapponesina è perfida, sadica, una violenza carnale con la tecnica della civiltà, dove la barbarie non è riconoscibile facilmente, perché rovesciata nei suoi termini. Barbaro è l’uomo occidentale; la vera civiltà sta dalla parte della fragile donna, che sembra, viceversa l’espressione di una cultura tribale, superstiziosa ed estetizzante, dalla quale, peraltro, ella sente di dover fuggire per rifugiarsi tra le braccia del suo salvatore, venuto da un mondo di progresso e realismo.

 

 

 

 

Questo significato, che si regge sull’inganno, mette in rapporto strettissimo la musica occidentale del tardo Ottocento (brani d’uso e dotti, dall’inno degli Stati Uniti al Tristano di Wagner, al ben noto Massenet, a reminiscenze di Bohème e Tosca), con richiami alla tradizione giapponese, gremita di scale pentatoniche. E’ quanto dovranno affrontare l’Orchestra e il coro del National Opera&Ballet diretti da Myron Michailidis, per la regia di Aleksandar Tekeliev, affiancato dallo scenografo Zhivojin Trajanovikj e dalla costumista Lira Grabul. Subito, all’inizio, il fugato nervoso d’introduzione, finto Settecento, defluisce in giapponeserie d’intrattenimento dove cominciamo a ricevere i colori d’uno strumento tipico, tintinnante e aereo. Inoltre, l’uso di modalità, che derivano dal Boris di Mussorgskij, o in genere, dalle scoperte dei Cinque, parrebbe stabilire un ponte fra questi due emisferi della musica. Nel complesso, la tensione fra le due mentalità tende a conciliarsi, soprattutto nella protagonista, Cio-Cio-San, che avrà la voce della splendida Donata D’Annunzio Lombardi, una musa assoluta, voce pucciniana d’eccezione, suo il premio dedicato al genio musicale italiano, rara bellezza, emissione morbida, filati raffinati e messe di voce di ampio respiro, la grazia in palcoscenico, che brucerà le sue ali delicate nel tentativo assurdo di mediare un conflitto. Non è affatto un argomento nuovo (ricordiamo la “Lakmè” di Delibes), ma Puccini lo trascina fino allo spasimo, tanto da farlo diventare una rappresentazione simbolica, eppure carica di connotati fisici: le conseguenze di una verginità perduta e umiliata. Butterfly appare, infatti, al primo atto come portata in scena da un velo di suoni, una cosa intatta, appena nata e già desiderabile. Il colloquio indifferente tra i due americani l’ha ormai sacrificata, ma in special modo, il cinismo di Pinkerton (Hector Lopez), Sharpless (Enrico Marrucci) non arriva, come sappiamo, a tanto e cerca, anzi, di salvare l’onore degli avventurieri yankee. La folla dei parenti e dei conoscenti di Butterfly, invitati alla cerimonia nuziale, anima una scena molto movimentata, che Puccini governa con mano sicura, un saggio straordinario di rappresentazione collettiva, d’una gentile, esotica pedanteria. Il duetto fra i due sposi, invece, è quanto di più europeo e sdolcinato, seppure con schemi costruitissimi, molto ben tessuti, molto ben orchestrati, con varie ed auree idee, fruscii e profumi, comunque troppo lungo, per non dare l’impressione, assolutamente verificabile, dell’insincerità di Pinkerton. A completare il cast, il Goro di Ismet Vejseli, il Bonzo di Neven Siljanovski e ancora il principe Yamadori, Jane Dunimagloski, Kate Pinkerton, Sonja Pendovska Madevska, Valentina Dimitrievska, madre di Butterfly, il commissario, Marko Dimovski, un ufficiale, Marko Gapo, Darko Stanojlovski e Borko Bidzhovski, i servitori, Filip Mirchevski e Nikola Chedomirovski, i marinai e Shinasi Ramdan e Vasko Zdravkov, i samurai. Il secondo atto è tutto di Cio-Cio-San, affiancata dalla cameriera Suzuki (Marika Popovikj): un’interminabile via Crucis, dai mutati e più sordi colori d’orchestra, percorsa in un’attesa spasmodica a denti stretti, il viso alzato al sorriso, tra ansie, languori dubbiosi e soffocanti, esaltazioni superbe, come il troppo conosciuto “Un bel dì vedremo”, ingenuo bamboleggiare e incrollabile speranza, fino all’annullamento. Lo precede la nenia che protegge il sonno del bambino e la veglia della madre, quel coro a bocca chiusa, che vale come un delicato femmineo sudario. Con la stessa tenerezza, con la stessa fiducia Butterfly è diventata madre; quando si accorge che questa fiducia viene calpestata e tradita, il sentimento materno offeso, lo strappo del parto, si piantano nella coscienza dello spettatore con la velocità di un proiettile. La commozione si riversa in un gesto solo, come in un’inquadratura cinematografica, come al tempo della morte di Manon. E’ un momento viscerale, quella che viene definita la brevità del respiro pucciniano, qui diventa un ruggito che, per quanto dignità e pudore ci siano nell’esecuzione, non può nascondersi dietro il paravento, come fa Butterfly quando si uccide. Stringe il figlio tra le braccia sette volte, possiamo dire, come i sette “tu” che le fuggono dal cuore. Dopo una prima parte tortuosa, aspra, parlata, che dimostra il legame razziale e rituale, la donna si scaglia in un arco melodico più occidentale, quasi tendendo le mani a proteggere il suo bambino che va verso il tramonto del sole. Quando, sulle sillabe finali della parola “abbandono”, la melodia cade sulla tonica di si minore e di qui prende il suo tremendo volo verso la dominante, con accompagnamenti pesanti di gong, su uno schema di arpeggi molto semplice, arcaico e, insieme, poderoso, la melodia portata e stretta entro i limiti della tonalità, crea un torrente di energia, che si placa su quel terribile “gioca, gioca”, seguito dalla squallida trombetta. Un saluto per toni interi accoglie dall’orchestra (trombe e tromboni) l’entrata del padre: è ricavato da “Un bel dì vedremo”, il tema della collina; Pinkerton sale adesso, troppo tardi. Segue subito l’ultimo tema, ancora per toni interi, trionfale, doloroso, addirittura sanguinante, che investe la suicida d’una spietata luce di martirio. L’accordo finale è una smorfia, uno schiaffo all’indirizzo di una civiltà vile.

Tags: abruzzo
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