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Vivo con la paura di essere contagiata, ma viene prima il dovere: il racconto di un’infermiera marsicana a Bologna

Federico Falcone di Federico Falcone
3 Aprile 2020
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Avezzano. “Non è stato facile, specialmente all’inizio, quando la situazione era veramente complessa e ci apprestavamo a vivere giorni difficili. E’ stato arduo abituarsi ai dispositivi di protezione individuali (Dpi), fondamentali per affrontare l’ingresso nel reparto. Nelle camere dobbiamo accedere con una doppia mascherina, la cuffia per capelli, la tuta, i calzari, guanti e lo scudo facciale. A volte manca il fiato e la visibilità non è ottimale, in particolar modo per chi indossa occhiali da vista”.

“Appena tornavo a casa mi saliva la nausea. Adesso va meglio, ma all’inizio è stata tosta abituarsi a ciò che stavamo e stiamo vivendo. E poi, tutti quei decessi ti mettono davvero a dura prova, soprattutto da un punto di vista mentale ed emotivo”. Lo racconta Fabiana Cipollone, 31enne infermiera di Avezzano, che in queste settimane è in prima linea al Policlinico Sant’Orsola di Bologna.

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“Devo dire che da lassù qualcuno mi vuole bene, fin’ora tutti i miei tamponi sono risultati essere negativi. Tra noi colleghi abbiamo creato un bel gruppo, sembrerebbe che le terapie stanno funzionando e i malati fin’ora trattati sono quindi in via di miglioramento. Sono diminuiti i ricoveri e sono aumentate le guarigioni”. Ma, purtroppo, analogamente a quanto abbiamo scoperto in Abruzzo, anche nel resto d’Italia il rischio di contagio tra medici e sanitari è altissimo.

“A fine di ogni turno il pensiero è sempre lo stesso, cioè se anche io sarò stata o meno contaminata. Tutto ciò, credetemi, ti mette a dura prova, e quando vedo che c’è ancora chi la prende superficialmente mi arrabbio. Purtroppo non ci si rende conto della gravità della situazione fino a che non viene toccata con mano. Questo aspetto non può essere esente dalla preoccupazione dei miei genitori che si trovano molto lontano rispetto a dove sono io e quindi non c’è possibilità di incontrarci, non prima che emergenza sarà passata. La lontananza dalla famiglia è destabilizzante e in un momento come questo si avverte ancora di più”.

“Un altro aspetto davvero brutto? L’essere soli, nessuno può venirti a trovare. Ci sono casi difficili ogni giorno, di quelli che ti fanno venire il magone, come i familiari delle persone che in quarantena, che non sanno come recapitare i cambi e contattano noi. Oppure le persone anziane, senza un cellulare, senza nulla per comunicare, senza nessuno con cui stare, con cui parlare, con cui farsi forza. Non è facile nemmeno vedere tutta questa solitudine in un momento dove un abbraccio o una carezza farebbero davvero la differenza”.

“Ieri è accaduto un bell’episodio, invece” prosegue Fabiana, commossa nel vedere come un gesto, apparentemente leggero, quasi superficiale per routine, possa essere di grande aiuto e supporto psicologico “Un paziente del reparto nel quale lavoro ha perduto il cellulare, restando così isolato dal mondo esterno. Come lui ci sono molti casi. Per ovviare a tale disagio, la fondazione S.Orsola ha donato al nostro reparto uno smartphone, utilizzabile da chi ora è ricoverato. E’ stato un momento davvero intenso”.

Le chiedo, prima di chiudere, di cosa c’è realmente bisogno in questi giorni. “Di piccoli gesti. I miei vicini di casa, non appena hanno saputo che sono stata trasferita in questo reparto, ogni tanto mi portavano – e mi portano tutt’ora – la cena a casa. Lo apprezzo davvero moltissimo, anche perché i primi tempi non è stato facile adattarsi e quindi è stato un aiuto non indifferente. Sono piccoli gesti importanti. Di questo abbiamo bisogno, della solidarietà e del supporto reciproco. Non di atti di eroismo”. Speranza, coraggio, forza reciproca. Li hanno chiamati eroi, ma non vogliono essere definiti così. Ma almeno si lasciassero ringraziare pubblicamente, è il minimo che meritano.

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