Avezzano. Morte dell’orsa Amarena: lunedì la prima udienza del processo contro Andrea Leombruni.
Si aprirà lunedì 19 gennaio 2026, alle ore 9:00, davanti al Tribunale di Avezzano, il processo per l’uccisione dell’orsa Amarena, uno dei casi più gravi e simbolici degli ultimi anni in tema di tutela della fauna selvatica. Sul banco degli imputati Andrea Leombruni, accusato di aver sparato e ucciso l’orsa il 1° settembre 2025 a San Benedetto dei Marsi, nel cuore dell’Abruzzo.
A presiedere la prima udienza dibattimentale sarà la giudice Francesca D’Orazio. L’avvio del dibattimento arriva dopo un lungo e complesso iter preliminare: quattro udienze preliminari, tutte celebrate presso lo stesso Tribunale, tra dicembre 2024 e settembre 2025, nel corso delle quali sono state definite le questioni procedurali e ammesse le prove che verranno ora esaminate nel merito.
La morte di Amarena aveva suscitato un’ondata di indignazione ben oltre i confini regionali. L’orsa, appartenente alla popolazione di orso bruno marsicano – una delle più rare e protette al mondo – era considerata un esemplare particolarmente importante per l’equilibrio della specie. La sua uccisione aveva riacceso il dibattito nazionale sulla convivenza tra uomo e fauna selvatica, sulla sicurezza dei territori e sull’efficacia delle politiche di tutela ambientale.
Nel procedimento si sono costituiti parte civile diversi enti e associazioni ambientaliste, oltre a soggetti istituzionali, a testimonianza della rilevanza pubblica del caso. Il processo dovrà ora accertare le responsabilità penali dell’imputato, ricostruendo nel dettaglio quanto accaduto quella notte di inizio settembre e valutando la sussistenza delle aggravanti contestate.
Lunedì si entrerà dunque nel vivo di una vicenda giudiziaria seguita con grande attenzione dall’opinione pubblica, dagli ambientalisti e dalle comunità locali. Un processo che non riguarda solo la sorte di un singolo imputato, ma che è destinato a diventare un passaggio cruciale per il futuro della tutela dell’orso marsicano e, più in generale, della fauna protetta in Italia.
Appennino Ecosistema sarà presente come parte civile, insieme ad altri quaranta tra Enti ed Associazioni. L’Associazione Appennino Ecosistema, infatti, fa parte della Global Alliance for the Rights of Nature, un’alleanza internazionale di centinaia di esperti, associazioni e istituzioni impegnati a far riconoscere i diritti della Natura come soggetto giuridico da rispettare in quanto tale (https://www.garn.org/our-members/). In questo senso, l’Associazione si propone come “tutore” degli interessi dell’ecosistema appenninico, in attesa che anche l’ordinamento giuridico italiano gli conferisca i diritti soggettivi che merita, dopo il primo passo compiuto nel 2022 con l’introduzione tra i principi fondamentali della nostra Costituzione della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, definiti più volte dalla Corte Costituzionale come “interessi pubblici di valore costituzionale primario ed assoluto”.
Nella precedente udienza del 26 settembre, il Giudice Giampiero Lattanzio aveva respinto tutte le eccezioni presentate dalla difesa dell’imputato, che aveva chiesto di dichiarare la nullità degli atti di polizia giudiziaria compiuti dai Carabinieri relativi ai sopralluoghi effettuati nell’immediatezza e sul luogo dei fatti (ore 1:23 del 1° settembre 2023) e di tutti gli atti successivi, in quanto privi di preavviso all’imputato (che in quel momento non era ancora neppure indagato). Respinta anche la richiesta di dissequestro dell’arma utilizzata per commettere i reati contestati.
Appennino Ecosistema ha rinnovato la richiesta al Pubblico Ministero di procedere penalmente contro il responsabile dell’uccisione dell’orsa Amarena non semplicemente per il reato di uccisione di animali (art. 544-bis c.p., applicabile a chiunque uccida qualsiasi animale senza necessità o per crudeltà, con una pena irrisoria della reclusione da 4 mesi a 2 anni, con la necessità di dover dimostrare il dolo), ma anche per i ben più appropriati e gravi reati di uccisione di specie selvatiche animali protette (art. 727-bis c.p., che vieta l’uccisione di esemplari appartenenti ad una specie animale selvatica protetta, con la pena dell’arresto da 1 a 6 mesi o l’ammenda fino a € 4.000, ma in questo caso senza necessità di dover dimostrare il dolo) e soprattutto di inquinamento ambientale (art. 452-bis o almeno 452-quater), che puniscono con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da € 10.000 a 100.000 “chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativi e misurabili di un ecosistema, della biodiversità, della flora o della fauna”), introdotti nel nostro codice penale solo nel 2011 (il primo) e nel 2015 (il secondo) in recepimento della Direttiva UE sulla tutela penale dell’ambiente (Dir. 2008/99/CE).
Infatti, sostiene il Presidente di Appennino Ecosistema (il giuri-ecologo Bruno Petriccione), “l’uccisione di una femmina di orso bruno marsicano, entità biologica gravemente minacciata di estinzione e per questo tutelata in modo prioritario a livello nazionale, europeo e mondiale, costituisce certamente una gravissima minaccia ed un grave danno concreto alle possibilità di sopravvivenza dell’orso bruno marsicano (decurtando la sua già esigua popolazione del 5%) e quindi un grave danno al suo habitat, all’ecosistema del quale è parte fondamentale ed in generale alla biodiversità di tutti gli Appennini Centrali. I nuovi gravi reati di delitto ambientale citati sono stati introdotti solo nel 2015 nel nostro ordinamento giuridico a seguito della paventata apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia, da parte della Commissione Europea, per l’insufficienza delle norme penali italiane poste a tutela dell’enorme patrimonio di biodiversità dell’UE, successivamente alla precedente uccisione volontaria di un orso bruno marsicano, rimasta impunita, avvenuta a Pettorano sul Gizio nel 2014. Porre allo stesso livello l’offensività dell’uccisione di un orso bruno marsicano e quella di una gallina sarebbe un assurdo giuridico, oltre che una gravissima offesa a tutti i cittadini onesti e rispettosi della fauna e della flora selvatiche, che continuano a sforzarsi di far parte di comunità umane in equilibrio con tutte le altre componenti dell’ecosistema”.







