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Le meravigliose illustrazioni del Fabretti e del Castrucci ci guidano alla scoperta dell’antico emissario romano del Fucino

Francesco Proia di Francesco Proia
18 Dicembre 2019
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Avezzano. Nel corso dei secoli innumerevoli studiosi si sono interessati al prosciugamento del lago del Fucino. Di questi molti hanno tramandato delle testimonianze scritte, ma sono ben pochi coloro che hanno lasciato dei disegni. Il più importante è stato senza ombra di dubbio Raffaele Fabretti, un celebre storico e archeologo italiano, nonché illustratore di grande pregio. Il Fabretti, che per tutta la vita fu un attento antiquario e collezionista di epigrafi, è stato l’autore di molte opere pregevoli. Tra le più importanti ricordiamo quella sugli acquedotti romani, ma in particolar modo va menzionata la sua “De columna Traiani syntagma”, che in più di cinquecento pagine illustra il monumento romano più originale della storia di Roma. Nello stesso volume di quest’ultima e preziosissima opera, il Fabretti volle inserire anche il “De Emissarii lacus Fucini”, dove ripercorre e illustra gli aspetti più interessanti e salienti del prosciugamento del terzo lago d’Italia ad opera dei romani.

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Nelle pagine di questo volume viene disegnato l’emissario naturale della Petogna, descritta come una grotta. Dai disegni si può notare l’enorme cavità nel terreno in cui sparivano le acque del lago del Fucino, mentre di fianco c’è una piccola chiesa situata in zona San Vincenzo, oggi costeggiata dalla Strada Provinciale 22 che congiunge Avezzano e Luco dei Marsi, che ai tempi probabilmente venne costruita sui resti di un preesistente tempio dedicato al Dio Fucino. Sul lago si vedono delle barche mentre lungo la strada vi sono stati illustrati dei contadini e una biga.

Il Fabretti passa quindi all’incile e con il suo bel tratto disegna alcuni dei posti più importanti e rappresentativi della più grande opera idraulica dell’antichità. Disegna ad esempio l’imbocco dell’antico emissario romano, di forma rotonda-esagonale-quadrata, che poi venne demolito dal Torlonia qualche secolo più tardi. Quindi illustra il profilo dell’emissario, la sezione del monte Salviano, la sezione di un cunicolo e del cunicolo maggiore, quello a tre arcate conservato ancora oggi all’Incile. Il Fabretti poi ci accompagna all’interno dove ci illustra, attraverso un disegno tridimensionale, come doveva apparire a quei tempi l’emissario sotterraneo, con tanto di scale laterali che ci riportano al cunicolo.

 

 

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In un altro disegno il Fabretti ci porta sul cantiere dell’emissario, dove vi sono raffigurati degli schiavi che scavano affaccendati. È interessante notare come questi lavorassero a gradoni, togliendo il materiale di risulta dall’alto verso il basso.

Più avanti il Fabretti disegna qualcosa di molto singolare: sembra si tratti di una colonna di calcare che si è formata in chissà quanti anni di stillicidio, così ci racconta l’autore, visto che la volta sotterranea in molti punti lasciava permeare le acque del lago. Nel disegno successivo possiamo invece notare come i cunicoli (cvnicvlus), dotati di scale, girino intorno ai pozzi (pvtevs) a base quadrata.

 

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L’ultima illustrazione è quella dell’uscita dell’emissario, situata a Capistrello, dove però anziché esserci la cascata, vi sono disegnate delle piante acquatiche, segno che l’emissario nel 1683, anno di pubblicazione del libro, non riuscisse più a compiere il suo dovere a causa dell’ostruzione del canale claudiano.

Ma c’è un altro volume che completa l’opera del Fabretti, scritto e illustrato nel 1858 da Giacomo Castrucci. Il Castrucci era un architetto, socio delle reali accademie di archeologia e delle arti in Napoli, che in seguito ad un suo viaggio negli Abruzzi volle anch’egli descrivere e illustrare la più importante opera idraulica della storia.

Il napoletano disegna il profilo dell’emissario Claudiano, illustrando persino il dettaglio dei pozzi e delle discenderie, con tanto di lunghezza. In più però aggiunge una vista dall’alto, dove si vede la deviazione che l’emissario sotterraneo compie in prossimità dei piani Palentini.

Il secondo e il terzo disegno sono molto simili a quelli del Fabretti. In uno si vede lo spaccato del cunicolo maggiore, mentre nell’altro si vedono gli schiavi al lavoro. In questo caso, però, al centro si può vedere anche il cunicolo con lo spiraglio, che serviva ad areare il luogo di lavoro e a far risalire il materiale di risulta attraverso un secchio di metallo, come quelli che oggi fanno parte della collezione Torlonia, esposti al castello di Celano. Ai lati, invece, si possono notare le sezioni dell’emissario e quelle dei cunicoli, questi ultimi più piccoli quasi di un terzo.

 

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