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La chimera fucense e il drago di Santa Margherita, il Pitonius e la Dragonara del Giovenco

Francesco Proia di Francesco Proia
15 Agosto 2020
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Luco dei Marsi. Sul mostro del lago Fucino ormai sono state scritte decine di ipotesi, una più fantastica dell’altra. La più accreditata, però, è ovviamente quella dell’unico inghiottitoio naturale del lago, che spiegammo nel dettaglio qualche tempo fa (articolo disponibile qui).

Eppure non possiamo ignorare quanto la chimera fucense somigli ad una bestia mitologica come il drago. Prendiamo la chimera di Aielli, la più antica mai ritrovata risalente alla metà del VII secolo a.C., e mettiamola a confronto con lo stemma dei Conti Berardi da Celano. E’ innegabile che tra le due esista più di qualche affinità.

La situazione ad 850 hpa vista da GFS per le ore 13:00 di Mercoledì 14 Gennaio. Sulla Marsica condizioni di tempo discrete con il cielo che presenterà solo delle stratificazioni di passaggio e qualche locale addensamento sparso

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Anzitutto la lingua dell’animale fantastico finisce con una freccia, esattamente come il drago rappresentato nello stemma dei Conti Berardi. Se poi osserviamo la testa di entrambi c’è un’altra somiglianza che salta all’occhio: le piccole corna sulla sommità del capo. Infine i piedi, che in entrambi i casi presentano tre artigli rampanti. L’unico dettaglio che non combacia è la pinna sul dorso del drago, che però combacia perfettamente con la descrizione fatta da Plinio su “un pesce particolare che possedeva otto pinne” presente nel lago del Fucino, proprio lo stesso numero rappresentato anche sulla schiena del drago presente sullo stemma dei Conti Berardi.

Ma c’è un’altra coincidenza, che non può e non deve passare inosservata, perché se confermata sarebbe l’ennesimo scippo del cristianesimo ai danni dei nostri antichissimi culti pagani fucensi. Nel volume “tradizioni popolari abruzzesi” di Antonio De Nino, si parla di una statua di Santa Margherita che calpesta un dragone, di cui nessuno ormai a Luco dei Marsi ha più traccia:

“Ci preme di fermarci alla chiesa monumentale di Santa Maria delle Grazie, dentro la cinta ciclopica della dea Angitia, sorella di Circe, e presso l’inginocchiatoio del Pitonium (la Pedogna), dove giungevano le acque del Fucino. Nella chiesa, dunque, potremo compiacerci di parecchie buone opere d’arte; ma il nostro obbiettivo sarà la statua di Santa Margherita che calpesta un dragone, alta m. 1,30, profanata da un verniciatore”.

Ebbene basta osservare bene le raffigurazioni più importanti di Santa Margherita e il drago, per capire come questo più che ad un drago somigli in realtà ad un enorme serpentone. La prima raffigurazione è il capolavoro di Raffaello Sanzio, conservato nel museo di Vienna, il secondo è di Giulio Romano, allievo di Raffaello, attualmente conservato al Louvre di Parigi, mentre la terza è un’incisione di Jan van Troyen del 1763, proveniente dal catalogo di Teniers.

Anche in questo caso, come è già avvenuto nel caso della Dea Angizia e di San Domenico, è possibile che un antico culto pagano sia stato “cristianizzato” e attribuito ad un santo. La chiesa di Santa Maria, infatti, è situata a poche decine di metri da quello che una volta era il tempio della Dea Angitia, venerata in tutto il centro italia molto prima dell’arrivo dei romani.

Esiste infine un altro indizio che può esserci utile per ricostruire queste leggende, che si perdono nella notte dei tempi, e mettere in correlazione il tutto. Nel poema drammatico Alessandra di Licofrone, risalente al terzo secolo a.C., c’è un passo in cui si fa riferimento ad un ipotetico fiume di acqua purissima che attraversava il lago del Fucino senza mischiarsi con le sue acque; questo viene indicato in greco come ‘Python’, ossia pitone. Anche di questo singolare fenomeno ce ne da notizia Plinio

“Quaed.im aquae et dulces inter se supermeant alias, ut in Fucino lacu invectus amnis, in Lario Addua, in Verbano Ticinus, in Benaco Mincius”

Vibio Sequestre identifica questo fiume nel Giovenco, che ha le sue sorgenti a Bisegna in una località che ancora oggi è conosciuta come “Dragonara”, ed essendo più freddo delle acque del lago probabilmente serpeggiava a lungo tra le acque del Fucino prima di mischiarsi con esse.

“Pitonius qui per medium lacum Fucinum Marsorum ita decurrit, ut aqua eius non misceatur stagno”

Questo probabilmente doveva provocare un effetto ottico di grande impatto, simile a quello che si può osservare nel golfo dell’Alaska, dove due mari si incontrano ma non si mescolano grazie alla differenza tra le acque gelide dei ghiacciai e quelle più calde oceaniche.

Quindi il fantomatico “pitone” potrebbe essere un meraviglioso effetto naturale? Oppure potrebbe davvero essere legato ad un animale sconosciuto che nuotava tra le acque del Fucino, il lago più antico del mondo (ne parlammo già qui) formatosi sulla terra più di un milione e trecentomila anni fa? Nessuno potrà mai dircelo, purtroppo, perché nel frattempo l’uomo si è macchiato di uno dei più grandi crimini della storia, l’ha prosciugato.

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