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Il male che cura: immagini dell’inconscio nel rito del serpente a Cocullo

Francesco Proia di Francesco Proia
26 Agosto 2015
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Il male che curaPer tutti coloro che volessero approfondire i miti della nostra terra, consiglio vivamente il libro “il male che cura” di Barbara Collevecchio, psicologa a orientamento junghiano, nonché abruzzese DOC.

E’ un libro che spiega in maniera minuziosa il legame tra i riti e le dee pagane venerate ai bordi del lago con le loro inevitabili evoluzioni cristiane. Riesce a far capire al lettore le origini del culto delle divinità ctonie come la dea Angizia e come le simbologie contrapposte del bene e del male, presenti da migliaia di anni, siano riuscite a penetrare nel subconscio collettivo attraverso un meticoloso lavoro sulla nostra psiche. Durante la lettura si verrà a conoscenza di come il culto spesso celasse al suo interno il sentimento della paura e perché le immagini del rito dei serpari di Cocullo siano ancora profondamente radicate nel nostro inconscio. Si procede quindi all’analisi di maghe, streghe, fattucchiere e divinità in un preciso contesto arcaico/rurale come ad esempio quello presente ai bordi dell’ex lago Fucino. Si spiega, in maniera chiara ed esemplare, il mito dell’eroe che affronta il male e il serpente al fine di guarire e rinascere a nuova vita. “Il Male che cura” è una metafora di guarigione nell’incontro terapeutico con le nostre difficoltà, svela l’opportunità di dialogare con le nostre parti rimosse e con le energie che noi ormai crediamo sepolte in noi stessi. È l’incontro con la paura, riscontrabile nei miti e in questo rituale religioso che ancora sopravvive al tempo, che ci porterà a riaprire un dialogo con i simboli archetipi e universali che giacciono in noi. Attraverso l’analisi di quest’antico rito, l’autrice affronta un percorso di conoscenza del Sé, di catarsi e di espiazione, di morte e rinascita, che può avvenire solo attraverso l’incontro con il male che è presente in ogni individuo.

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