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Gioco d’azzardo a Celano e 30 persone truffate, capo-prestigiatore condannato

Redazione Cronaca di Redazione Cronaca
24 Gennaio 2013
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Celano. Una condanna a cinque anni di reclusione per l’accusa di estorsione. Gino Melchiorre, di Monterotondo e i fatti, che hanno i retroscena di un film poliziesco, ha coinvolto anche noti professionisti di Celano, dove la vicenda è ambientata. Tutto è nato da un giro di affari legati al gioco d’azzardo. Le partite, in una bisca clandestina di Celano, avvenivano con l’utilizzo di un trucco per vincere e le carte erano truccate. I giocatori, attraverso il tatto con i polpastrelli riuscivano a riconoscere le carte segnate e poi bagnate con un liquido invisibile. I fatti avvengono tra il 1996 e il 1999 a Celano. Nella trappola sarebbero finiti almeno una trentina di imprenditori e professionisti di Celano e di altri centri della Marsica. I giocatori, secondo le ipotesi accusatorie, avrebbero perso complessivamente oltre due miliardi di lire. Il gruppo della truffa era composto da cinque compagni di giocate, tutti di Celano e dal boss del raggiro che forse si avvaleva della complicità di un esterno al tavolo verde. Il colpo di scena nella vicenda arriva quando il capo della truffa viene truffato a sua volta. Infatti i suoi adepti iniziano a utilizzare i trucchi del maestro per accaparrarsi più denaro possibile, truffando, almeno secondo l’ipotesi accusatoria, tanti celanesi in una bisca clandestina. Questo gioco va avanti per diversi anni e le vincite si accumulano. Fino a quando la storia ha una sterzata inaspettata, un secondo colpo di scena. Tutte queste vicende, però, vengono monitorate dagli investigatori della procura di Avezzano che con le intercettazione riesce a ipotizzare il reato di estorsione. Il destinatario principale delle minacce è un professionista di Celano, intorno ai 50 anni, che in quel periodo è anche impegnato in politica. Il boss della truffa, secondo quanto emerso anche dalle intercettazione, scopre di essere stato ingannato dagli ex “alunni” e allora decide di ricavare i frutti dei suoi insegnamenti. Chiede alla banda dei quattro di restituirgli ciò che gli è stato negato, anche se in misura ridotta, con una specie di condono. Secondo l’accusa avrebbe chiesto 30mila euro di arretrati e in caso di rifiuto minaccia di autodenunciarsi ai carabinieri di Celano oltre che di divulgare la notizia della truffa tramite volantini. Secondo l’accusa, Gino Melchiorre avrebbe anche ottenuto una parte di denaro pari a sei milioni di vecchie lire. Il guru minaccia inoltre di essere pronto a picchiare il nuovo capo perché tanto, come emerso dalle intercettazioni, «sono appena uscito dal carcere e non ho nulla da perdere». Il celanese costituitosi parte civile era assistito dall’avvocato Leonardo Casciere. Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 3 anni e 8 mesi. Il giudice, Stefano Venturini, ha condannato l’imputato a cinque anni e 20 giorni di reclusione.

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