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Covid e terremoto di Avezzano, Franco Arminio: spettacolo indecente da chi vuole far carriera con il virus

Giuseppe Maritato di Giuseppe Maritato
22 Dicembre 2020
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Avezzano. “Era il 13 gennaio del 1915. Faceva freddo ad Avezzano e nella piana del Fucino. Il treno per Roma quella mattina non arrivò a destinazione e non c’era nessuno che potesse dare notizia di quello che era successo. Poco prima delle otto la terra tremò per trenta secondi. Ad Avezzano abitavano quasi tredicimila persone. Ne morirono diecimilasettecento. Il sindaco Gizzi era morto e pure il sottoprefetto De Petris. Morti il presidente del tribunale e il capitano dei carabinieri e quasi tutti i militari presenti in città. Il telegrafo era distrutto, ogni paese perduto nel suo inferno: Cese, Cappelle, Massa d’Albe, Ortucchio, Pescina, Gioia dei Marsi, Lecce nei Marsi, Luco, perle distrutte dello stesso rosario d’agonia. In tutto le vittime furono più di trentamila”. così Franco Arminio, scrittore, poeta e paesologo.

“Il sedici gennaio arrivò la neve alta. E poi qualche settimana dopo cominciarono le manovre per la guerra. Le scosse durarono per un anno. Immaginate il dolore dei sopravvissuti: i paesi non c’erano più e chi non aveva perso la vita sicuramente aveva perso molti dei suoi cari. All’inizio di febbraio i militari che erano giunti in soccorso furono avviati verso il fronte. E dopo un po’ partirono per la guerra anche quelli che si erano salvati dalla scossa e trovarono la morte in nome della patria. Pensate a queste giornate italiane di adesso e pensiamo a quell’Italia lì, a quell’inverno in una piana freddissima in mezzo ai monti. Noi che discutiamo di sacrifici veri e di altri che neppure immaginiamo. Noi che invece di giocare la nostra vita pensiamo di arbitrare quella degli altri. Noi che cerchiamo colpevoli più che innocenti. Centocinque anni dopo quell’Italia povera e monarchica ha lasciato il posto a un’Italia scontenta e conformista. Un popolo di contadini si è trasformato in un popolo di consumatori, scarso di compassione, votato alla furbizia più che a Dio. Non si prega, non si canta insieme. Ognuno è piegato nel fango del suo io”.

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“Per essere all’altezza di questa sventura, allo stesso tempo planetaria e posticcia, vera e falsa, dobbiamo fare ricorso alle residue energie morali che abbiamo. Dobbiamo stringerci con amore assoluto intorno ai nostri vecchi, fare ogni sforzo per salvarli, buttare via ogni calcolo su cosa scegliere tra la salute e l’economia. Abbiamo per la prima volta nella nostra vita la possibilità di vivere veramente delle giornate eroiche come quelle degli sventurati della Marsica che dovettero resistere al terremoto, ai lupi, alla neve, alla guerra. Non c’è più spazio per lo spettacolo indecente di chi pensa a fare carriera grazie al virus. Il popolo dovrebbe ritrovarsi nel miracolo di chiedere due cose e chiederle nello stesso tempo: curiamo i fragili e curiamo il pianeta. Non ha senso lamentarsi di doversi fermare per qualche giorno senza pensare che fra poco dovremmo fermarci per sempre se continuiamo sul binario ossessivo della produzione e del consumo. Un altro mondo è possibile, ma sarà difficilissimo trovarlo se non usiamo già queste giornate per cercarlo”.

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