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LFoundry, il Natale amaro dei 90 interinali: dal primo gennaio fuori dallo stabilimento

Alessandra Ciciotti di Alessandra Ciciotti
7 Novembre 2026
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Avezzano. Vent’anni di turni, sacrifici e lavoro in fabbrica cancellati da una comunicazione alle agenzie interinali. Per 90 lavoratori somministrati di LFoundry il primo gennaio segnerà la fine dell’attività nello stabilimento di Avezzano. Una notizia arrivata senza preavviso, che ha trasformato l’incertezza degli ultimi mesi nella paura concreta di non avere più un posto di lavoro.

L’azienda ha infatti comunicato alle agenzie interinali la cessazione del contratto commerciale. Una decisione che coinvolge persone assunte a tempo indeterminato dalle agenzie, ma che in molti casi lavorano nello stabilimento marsicano da circa vent’anni. Con la fine della commessa, dovranno mettersi a disposizione per un eventuale ricollocamento in altre realtà produttive.

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Una prospettiva tutt’altro che rassicurante, soprattutto per chi ha trascorso gran parte della propria vita professionale all’interno di LFoundry. I lavoratori sono fermi da mesi, dopo l’attivazione degli ammortizzatori sociali. Dal gennaio 2025 i contratti di solidarietà hanno interessato circa mille dei 1.300 dipendenti diretti. Per i somministrati, invece, da gennaio 2026 sono scattati gli ammortizzatori al 100%. La solidarietà per i dipendenti diretti terminerà a fine anno, proprio mentre per i 90 interinali arriva la comunicazione che chiude, almeno per ora, la loro esperienza nello stabilimento.

A rompere il silenzio è il comitato spontaneo dei lavoratori, che parla senza mezzi termini di un licenziamento dopo vent’anni di servizio. «È arrivata la comunicazione ufficiale. Fredda, burocratica, senza un volto. L’azienda ha informato le agenzie interinali: dal primo gennaio cessa il contratto commerciale. Tradotto: dopo vent’anni, siamo a casa. Licenziati».

Parole cariche di amarezza e rabbia. «Noi non siamo numeri. Siamo uomini e donne che per vent’anni hanno dato tutto. Vent’anni di turni, di straordinari non pagati a sufficienza, di schiena spezzata, di Natali in fabbrica. Vent’anni in cui abbiamo contribuito, con le nostre mani, ai successi e ai fatturati record di questa azienda. Oggi ci dicono che non serviamo più».

Nel mirino del comitato non c’è soltanto la decisione aziendale, ma anche quello che viene definito l’abbandono da parte di sindacati e istituzioni. I lavoratori contestano soprattutto le modalità con cui è stata comunicata la fine del rapporto commerciale, senza un confronto diretto, un piano sociale o indicazioni concrete sul futuro.

«Dopo vent’anni di fedeltà ci buttano via come scarti, senza nemmeno il coraggio di guardarci in faccia. Nessun piano sociale, nessun ringraziamento, nessuna prospettiva. Solo la porta», denunciano.

Dure anche le critiche rivolte alle organizzazioni sindacali, accusate di non aver dato risposte nei mesi in cui il comitato chiedeva attenzione e interventi, e alle istituzioni, alle quali vengono contestate promesse di incontri e soluzioni rimaste senza seguito.

A rendere ancora più amaro il momento, secondo i lavoratori, è il contrasto con le immagini delle recenti iniziative istituzionali, con rappresentanti politici fotografati accanto ad altri lavoratori durante i festeggiamenti per l’ampliamento di un’azienda. «Per loro ci sono tagli di nastro, strette di mano e comunicati trionfali. Per noi, vent’anni di lavoratori somministrati, non c’è stato nemmeno un comunicato».

Il nodo resta quello occupazionale. Formalmente i 90 lavoratori dipendono dalle agenzie per il lavoro, non direttamente da LFoundry. La cessazione della commessa non equivale quindi automaticamente alla perdita del contratto a tempo indeterminato con le agenzie, ma li priva della possibilità di continuare a lavorare nello stabilimento e apre una fase di grande incertezza sul ricollocamento e sulle tutele future.

Il comitato ha intanto chiesto un nuovo incontro all’assessore regionale al Lavoro, Tiziana Magnacca, per verificare se esistano margini di intervento e percorsi alternativi. Una richiesta che arriva mentre il conto alla rovescia verso il primo gennaio è già iniziato.

«Ci sentiamo traditi, umiliati e abbandonati. Dal primo gennaio saremo ufficialmente disoccupati. Ma non staremo in silenzio». Una promessa di mobilitazione che riporta al centro una vertenza che rischia di lasciare senza prospettive 90 lavoratori e altrettante famiglie.

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