Avezzano. Una cattedrale gremita, con circa mille persone e numerosi fedeli rimasti in piedi, ha accompagnato domenica sera la conclusione del convegno ecclesiale della Diocesi dei Marsi. L’immagine di una Marsica riunita, che nei tre giorni di incontro si è sentita famiglia, ha dato il senso di un appuntamento capace di coinvolgere oltre cinquecento partecipanti. Più di trecento hanno preso parte ai quattro percorsi di approfondimento, condividendo esperienze, domande e proposte sul futuro delle comunità cristiane.
Il convegno, svoltosi dal 16 al 18 ottobre con il titolo «Riferirono ciò che era accaduto lungo la via», ha posto al centro la capacità della Chiesa di generare alla fede: accompagnare famiglie e adulti, incontrare chi si è allontanato, parlare ai giovani e favorire una responsabilità condivisa nella vita delle parrocchie.
A tenere insieme le giornate è stato il richiamo del vescovo Giovanni Massaro a una comunità che sappia ascoltare e lasciarsi coinvolgere dalle storie delle persone. Un’indicazione sviluppata nell’intervento dedicato ai discepoli di Emmaus e ripresa nell’omelia della celebrazione conclusiva.
«Una comunità che genera alla fede è una comunità che sa ritrovarsi e mettersi in cammino», ha affermato il presule, partendo dall’immagine di Gesù che si avvicina ai due discepoli delusi e cammina accanto a loro. Un incontro che comincia dall’ascolto di ciò che stanno vivendo.
«Forse una delle conversioni pastorali più importanti è proprio questa: passare da una Chiesa che pensa anzitutto a ciò che deve dire a una Chiesa che sa prima di tutto ascoltare ciò che l’altro porta nel cuore», ha osservato Massaro. Nel racconto evangelico, ha spiegato, Gesù accoglie la delusione dei discepoli e li aiuta a rileggere la propria storia alla luce delle Scritture.
Il vescovo ha collegato questo passaggio alla situazione delle comunità di oggi, nelle quali la trasmissione della fede non può essere considerata un processo automatico. La continuità tra famiglia, scuola, parrocchia e cultura, sulla quale si poteva contare in passato, è venuta meno. Da qui una responsabilità nuova: «Se non basta più ereditare la fede, occorre tornare a generare alla fede».
«Generare alla fede significa allora aiutare una persona a scoprire che il Vangelo ha qualcosa da dire alla sua vita concreta: alla sua famiglia, alle sue relazioni, al suo lavoro, alle sue fragilità, alle sue domande, ai suoi sogni», ha aggiunto.
Le quattro questioni affrontate nei laboratori sono state così ricondotte a una convinzione comune: «Non possiamo generare alla fede se non siamo noi stessi una comunità che si lascia continuamente generare dal Vangelo». Il convegno, nelle parole del presule, doveva essere anche un’occasione di rinnovamento interiore: «Vorrei tanto che fosse soprattutto un luogo nel quale lasciamo che il Signore riaccenda il nostro cuore».
Il percorso era cominciato nei mesi precedenti. Come ha ricordato Claudia De Biase nell’intervento introduttivo, durante la Quaresima si erano svolte cinque assemblee sinodali foraniali, nelle quali laici e sacerdoti avevano condiviso fragilità, dubbi, risorse e prospettive. Pur nella diversità dei contesti, erano emerse urgenze simili. Il consiglio pastorale diocesano ha raccolto quelle indicazioni e coinvolto gli uffici pastorali nella preparazione del convegno.
«Partendo dal basso, sin dal principio», ha spiegato De Biase, ricostruendo un lavoro nato dalla consultazione e dalla condivisione. Anche la scelta di distribuire i laboratori in quattro parrocchie rispondeva alla volontà di rendere protagoniste più comunità.
La relazione fondativa, ospitata venerdì nella chiesa dello Spirito Santo, è stata affidata a fratel Enzo Biemmi, religioso della Congregazione dei Fratelli della Sacra Famiglia. Sul tema «Una comunità che genera alla fede», il relatore ha proposto di guardare all’esperienza umana della maternità e della paternità per comprendere il compito della Chiesa.
«La Chiesa è chiamata a imparare dalle madri ad essere madre», ha affermato Biemmi, articolando la riflessione in cinque passaggi: desiderare, concepire, partorire, comunicare e lasciare partire. Attraverso questa immagine ha affrontato il rispetto dei tempi delle persone, la disponibilità all’ascolto, la cura delle relazioni e la libertà di chi viene accompagnato.
Il relatore ha richiamato il rischio di una pastorale affidata alla ripetizione delle attività, invitando a ritrovare desiderio e passione. Ha inoltre sottolineato che accompagnare qualcuno nella fede comporta una trasformazione anche per la comunità che accoglie: occorre essere disposti a cambiare nell’incontro con l’altro.
Sabato il confronto ha coinvolto oltre trecento persone nei quattro laboratori. A San Giovanni il tema delle famiglie e degli adulti è stato curato dall’Ufficio catechistico e dalla Pastorale familiare. In cattedrale il percorso dedicato a chi è lontano ha coinvolto Caritas, Pastorale sociale e Ufficio missionario. Alla Madonna del Passo si è lavorato sulla corresponsabilità, con le Aggregazioni laicali e l’Ufficio per l’ecumenismo. A Caruscino il laboratorio sui giovani ha riunito Pastorale giovanile, Vocazionale e Ufficio scuola.
Alla presentazione di buone prassi è seguito il confronto in piccoli gruppi. Il metodo prevedeva l’ascolto delle esperienze, il riconoscimento di risorse e limiti e l’individuazione di un primo passo concreto, precisando persone da coinvolgere e tempi di avvio. Anche anziani e ammalati hanno accompagnato il convegno attraverso un presidio di preghiera, con un testo distribuito dai sacerdoti e dai ministri straordinari della Comunione negli ospedali e tra gli ammalati della Marsica.
Domenica, dopo la restituzione dei laboratori, la celebrazione eucaristica ha riunito i partecipanti e i fedeli in cattedrale. Nell’omelia Massaro è tornato sul valore di ogni persona, prima di qualsiasi distinzione tra chi frequenta e chi è lontano dalla vita ecclesiale.
«Ogni persona, prima ancora di essere vicina o lontana dalla Chiesa, praticante o non praticante, credente o in ricerca, è una creatura amata da Dio, portatrice di una dignità che nessuno può mai cancellare», ha ricordato.
Da questo riconoscimento discende un diverso modo di accogliere una famiglia che chiede il battesimo, ascoltare un giovane, avvicinare chi non frequenta più o stare accanto a chi porta le ferite di una storia familiare complessa. «Non siamo noi a mettere Dio nel cuore delle persone, è Dio che ci precede», ha sottolineato il vescovo.
«Generare alla fede, dunque, non significa produrre credenti, ma accompagnare persone a scoprire di essere amate da Dio e a rispondere liberamente al suo amore». Riprendendo l’immagine proposta da Biemmi, Massaro ha aggiunto: «Una madre non genera mai per possedere, genera perché la vita possa crescere».
Il richiamo ha riguardato anche il modo di vivere le attività pastorali: «Non possiamo pretendere che le nuove generazioni ricevano il Vangelo semplicemente perché lo abbiamo ricevuto noi». Il presule ha indicato «una Chiesa che sa ascoltare prima di parlare, accogliere prima di giudicare, accompagnare prima di pretendere», capace di annunciare il Vangelo con prossimità, misericordia e tenerezza.
«Non si tratta di fare di più o di fare cose nuove; si tratta di vivere diversamente ciò che facciamo, perché ogni attività pastorale sia attraversata dal desiderio di accompagnare qualcuno verso Cristo», ha spiegato.
Una responsabilità che coinvolge l’intera diocesi: «La generazione alla fede non è delegabile soltanto ai sacerdoti, ai catechisti o agli operatori pastorali: riguarda tutti i battezzati». Nell’incontro con gli altri, ha ricordato Massaro, anche la comunità può essere evangelizzata e trasformata: «Nessuno è così ricco da non aver bisogno di ricevere, nessuno è così lontano da non poter diventare una sorpresa di Dio per la comunità».
Alle parrocchie il vescovo ha affidato infine una consegna che raccoglie il senso delle tre giornate: «La fede non si trasmette soltanto con ciò che diciamo, ma soprattutto con la vita che condividiamo». I frutti del convegno andranno riconosciuti nella capacità di tradurre l’ascolto in relazioni e accompagnamento, affinché chi incontra la Chiesa possa sentirsi amato e trovare la forza di rimettersi in cammino.




