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Affigge una lettera sulle porte dei reparti dopo la morte del padre: “Le cure non possono fare a meno dell’umanità”

Redazione Cronaca di Redazione Cronaca
14 Luglio 2026
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Avezzano. Ha affidato il proprio dolore a una lettera, stampata e affissa sulle porte dei reparti dell’ospedale di Avezzano. Un lungo messaggio rivolto a medici, infermieri e operatori sanitari, scritto da una giovane donna dopo la morte del padre, un anziano ricoverato nel presidio marsicano.

La lettera è firmata semplicemente “Una figlia” e nasce dall’esperienza vissuta accanto al genitore durante gli ultimi giorni della sua vita. Non contiene nomi, non indica reparti specifici e non muove accuse circostanziate nei confronti di singoli professionisti. Il testo rappresenta, piuttosto, un appello pubblico e accorato affinché, anche nei momenti in cui la medicina non è più in grado di guarire, non vengano mai meno l’ascolto, la vicinanza e il rispetto della dignità del malato.

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La giovane racconta di aver visto il padre soffrire e di aver percepito il bisogno profondo dell’uomo di continuare a essere considerato una persona, non soltanto “un letto da gestire”, “un numero di cartella clinica” o “un peso”.

Nel suo messaggio la donna affronta il delicato tema dell’assistenza agli anziani, denunciando il rischio che l’età avanzata possa rendere meno visibili il dolore, la paura e la fragilità di chi è ricoverato. Dietro ogni anziano, sottolinea, esiste invece una storia personale e familiare che merita rispetto fino all’ultimo istante.

La figlia riconosce apertamente anche le difficoltà nelle quali il personale ospedaliero è costretto quotidianamente a lavorare: la carenza di organico, i turni massacranti, lo stress e una continua corsa contro il tempo. Proprio per questo definisce quella sanitaria una delle professioni più difficili e più importanti, ricordando però che nelle mani di chi indossa un camice non vi sono soltanto diagnosi, procedure e terapie, ma vite umane affidate alle cure dell’ospedale.

Il richiamo è soprattutto ai piccoli gesti: sistemare un cuscino, offrire una poltrona, stringere una mano, rivolgere una parola di conforto oppure guardare negli occhi una persona che ha paura. Attenzioni che non vengono annotate nelle cartelle cliniche e non modificano il decorso di una malattia, ma che possono alleviare la sofferenza del paziente e segnare profondamente il ricordo dei familiari.

Nella lettera non mancano le parole di gratitudine nei confronti dei medici, degli infermieri e degli operatori che, nonostante la fatica, continuano a mantenere attenzione e sensibilità. “Questa non vuole essere una lettera di accusa. Ma neppure una giustificazione”, scrive la donna, invitando tutti a riscoprire il senso più autentico della professione sanitaria.

Tra i passaggi più dolorosi vi è il riferimento a una risposta che, secondo quanto raccontato dalla giovane, sarebbe stata rivolta alla famiglia durante il ricovero: “Se avete delle rimostranze, fatele al Tribunale per i diritti del malato”. Parole che, secondo l’autrice, non feriscono soltanto chi le ascolta, ma colpiscono la fiducia che ogni famiglia ripone nel personale al quale affida una persona amata.

“Mio padre non tornerà”, scrive la giovane nella parte conclusiva. Il suo auspicio è che quel messaggio possa servire a ricordare che, anche quando la medicina non può modificare il destino di una persona, l’umanità può ancora cambiare il modo in cui quel destino viene affrontato.

Di seguito il testo integrale della lettera.

LA LETTERA INTEGRALE

Lettera aperta ai Medici e agli Infermieri dell’Ospedale di Avezzano
Ci sono momenti nella vita in cui si entra in ospedale sapendo che la medicina può fare molto, ma non tutto.
Ci sono malattie che non chiedono miracoli e famiglie che non pretendono l’impossibile. Chiedono soltanto di non sentirsi sole.
Questa lettera è rivolta a tutti voi, medici, infermieri e operatori sanitari dell’Ospedale di Avezzano.
In questi giorni ho visto un anziano soffrire. Ho visto la sua fragilità, la sua paura e il bisogno, profondo e umano, di sentirsi ancora una persona, non un letto da gestire, non un numero di cartella clinica, non un peso.
Gli anziani, troppo spesso, sembrano diventare invisibili. Come se la loro età rendesse meno urgente il loro dolore, meno importante la loro sofferenza, meno preziosa la loro vita. E questa è una sconfitta che una società civile non dovrebbe mai accettare.
Dietro ogni volto segnato dal tempo c’è una storia. C’è un padre, una madre, un nonno, una persona che ha costruito il mondo in cui viviamo oggi e che merita rispetto fino all’ultimo istante.
So bene che lavorate in condizioni difficili, che la carenza di personale, i turni massacranti e lo stress rendono ogni giornata una corsa contro il tempo. Non voglio ignorare tutto questo.
Ma proprio perché il vostro è uno dei mestieri più difficili che esistano, credo sia anche uno dei più grandi.
E proprio per questo sento il dovere di chiedervi qualcosa in più.
Perché nelle vostre mani non ci sono soltanto diagnosi, terapie e procedure: ci sono VITE.
Ogni decisione, ogni parola, ogni attenzione o disattenzione può lasciare un segno profondo in chi soffre e in chi gli sta accanto. Quando si ha tra le mani la vita di una persona, non ci può essere spazio per la superficialità, per l’indifferenza o per la leggerezza.
La medicina richiede competenza, responsabilità, presenza e piena consapevolezza del peso che ogni gesto porta con sé.
Curare non significa soltanto prescrivere una terapia o eseguire una procedura. Curare significa anche fermarsi un istante, sistemare un cuscino, offrire una poltrona, stringere una mano, regalare una parola di conforto, un abbraccio, guardare negli occhi chi ha PAURA.
Sono gesti che non compaiono nelle cartelle cliniche, non abbassano la febbre, non cambiano una diagnosi. Ma possono cambiare profondamente il modo in cui una persona vive la sofferenza e, a volte, il ricordo che la sua famiglia porterà con sé per il resto della vita.
Per questo desidero anche dire GRAZIE.
Grazie a chi, nonostante tutto, trova ancora il tempo di sorridere, a chi sistema quel cuscino senza che venga chiesto, a chi offre una poltrona, una parola, una presenza, a chi non dimentica che prima di essere pazienti siamo persone.
Questa non vuole essere una lettera di accusa. Ma neppure una giustificazione.
Vorrei che fosse un invito, sincero ma fermo, a riscoprire il senso più profondo della vostra professione.
Per molti di voi è già così, ogni giorno. Per altri, forse, la fatica, l’abitudine rischiano di spegnere quella scintilla che li aveva portati a scegliere questa strada. E quando questo accade, a pagarne il prezzo sono sempre i pazienti.
La medicina ha bisogno di attenzione e di competenza e non può fare a meno dell’UMANITÀ.
Perché ci sono carezze che non guariscono il corpo, ma alleggeriscono il cuore.
E ci sono parole che non cambiano il destino di una malattia, ma fanno sentire una persona meno sola.
Chi entra in ospedale affida a voi la propria vita, ma affida anche la propria dignità.
Per chi entra in un reparto con una persona che ama, voi siete gli EROI a cui affida le proprie speranze.
Nessuno si aspetta miracoli. Ci si aspetta però di sentirsi dire: “Faremo tutto il possibile”, piuttosto che: “Se avete delle rimostranze, fatele al Tribunale per i diritti del malato”.
Quelle parole non feriscono soltanto chi le ascolta. Feriscono la fiducia che ogni famiglia ripone in chi dovrebbe aiutare.
Mio padre non tornerà.
Ma mi auguro che queste parole possano servire a qualcosa. Che possano arrivare al cuore di chi ogni giorno indossa un camice e ricordare che, insieme alle cure, esistono gesti che non costano nulla e valgono tutto.
Perché, quando la medicina non può più cambiare il destino di una persona, l’umanità può ancora cambiare il modo in cui quel destino viene vissuto.
Vi chiedo, con tutto il cuore, di non dimenticarlo mai.
Una figlia

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Registrato alla sezione stampa del tribunale di Avezzano con numero 7/2010

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