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La Marsica e il fango elettorale

Pietro Guida di Pietro Guida
12 Maggio 2026
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La Marsica e il fango elettorale.

Di Pietro Guida.

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La politica, non è più quella di una volta. Diciamolo. È vero, quella di prima non è mai stata tenera. Ha conosciuto il conflitto, la durezza, persino la spietatezza. Ma custodiva un limite. Una soglia morale oltre la quale l’avversario restava pur sempre un essere umano, e la critica non si tramutava in esecuzione pubblica.

Nella Marsica che si avvicina alle prossime elezioni amministrative, quella soglia è saltata.

E il problema non è soltanto politico. È il sintomo di una decomposizione del discorso pubblico che lascia macerie molto più durevoli di qualsiasi scheda elettorale.

 

Il nuovo campo di battaglia è noto: Facebook, WhatsApp, i gruppi locali che proliferano nell’ombra di profili spesso anonimi o pseudonimi. Lì, al riparo di nomi falsi e fotografie rubate, si consuma ogni giorno una politica ridotta a linciaggio. Non si discutono programmi. Non si confrontano visioni. Si insulta, si diffama, si demolisce. Con la certezza assoluta di chi sa di non dover rispondere a nessuno. E anche quando si fa con nome proprio, non si propongono programmi per migliorare questi paesi, queste città, ma per attaccare l’avversario. E l’avversario prescelto, quasi sempre, è lo stesso: il sindaco uscente. Colui che ha governato, che ha scelto, che ha la colpa imperdonabile di essere riconoscibile e di avere un nome.

 

Ad Avezzano ad esempio si è toccato un fondo che merita di essere chiamato con il suo nome: qualcuno ha manipolato graficamente i risultati di un sondaggio reale, falsificandone i dati e diffondendo il fotomontaggio come strumento di propaganda contro l’avversario. Non è polemica politica. È disinformazione deliberata. È menzogna fabbricata in laboratorio e distribuita con un clic. Eppure non ha suscitato lo scandalo che avrebbe meritato.

 

A Celano gli screenshot di conversazioni private circolano come moneta corrente. Vecchie vicende giudiziarie vengono riesumate e gettate in pasto alla bacheca o ai messaggi WhatsApp, non per senso di giustizia, ma come clava elettorale brandita da mani a volte abche anonime contro chi siede ancora sulla poltrona di sindaco. Qualcuno attacca, scompare nella folla digitale, e lascia che il veleno faccia il suo lavoro.

Ad Aielli, Sante Marie, Rocca di Botte, Collelongo, Collarmele e in decine di altri centri il copione si ripete con variazioni minime: la battuta feroce, l’insulto travestito da ironia, il commento volgare che raccoglie like come se la bassezza fosse un merito civico. Quasi sempre nel mirino c’è chi governa, chi amministra, chi ha avuto il coraggio (o la sventura, a guardare certi teatrini) di esporsi in prima persona. Il tutto condiviso, amplificato, normalizzato.

La caratteristica più inquietante di questa deriva non è la violenza dei contenuti. È la vigliaccheria della forma.

Chi attacca, offende, calunnia propone poco. Usa i social solo per colpire. È la versione digitale del foglio anonimo spiccicato sui muri nel buio della notte, ma con una portata milioni di volte superiore e con la stessa, identica, meschinità di fondo.

Perché il coraggio, diceva don Abbondio, “uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. E il coraggio dell’insulto anonimo non è coraggio: è codardia organizzata. E quella codardia si accanisce quasi sempre contro chi, a differenza dell’aggressore, il proprio nome lo ha messo sul simbolo di una lista, lo ha portato alle urne, lo ha reso pubblico e responsabile.

La vecchia politica, pur nelle sue asprezze, aveva il pregio della firma. Si combatteva nei comizi, nelle piazze, nei consigli comunali. Senza denigrare a colpi bassi l’avversario.
Ci si accusava di errori, di incapacità, di tradimento degli impegni. Ma l’accusatore si metteva in gioco e proponeva alternative. Rispondeva delle proprie parole.

Esisteva ancora quella forma elementare di onestà intellettuale che consiste nell’assumere la responsabilità di ciò che si dice.
Oggi quella responsabilità è evaporata. Al suo posto è rimasto il fango, distribuito gratuitamente e senza rischio da chi non ha nulla da offrire se non la propria aggressività, e che spesso non avrebbe mai il coraggio di presentarsi alle elezioni, preferendo agire nell’ombra contro chi invece quella responsabilità l’ha già accettata.

La critica politica è non solo legittima, ma necessaria. I sindaci uscenti, più di chiunque altro, sono soggetti al giudizio pubblico per definizione. Hanno governato. Hanno scelto. Hanno sbagliato, o non sbagliato. Il confronto duro, persino spietato, sui fatti, sulle scelte, sulle omissioni è ossigeno per la democrazia. Nessuno chiede indulgenza per chi ha amministrato.

Ma una cosa è smontare un bilancio comunale. Altra cosa è schiantare una persona. Una cosa è contestare una linea di sviluppo. Altra cosa è diffondere insinuazioni sulla vita privata di un sindaco uscente attraverso. Magari utilizzando profili inesistenti. Una cosa è il dissenso politico. Altra cosa è la gogna costruita apposta per logorare chi si è già esposto, chi ha già pagato il prezzo della visibilità, chi è già nel mirino per il solo fatto di essere riconoscibile.
La distanza tra queste due pratiche non è di grado. È di natura. E confonderle non è ingenuità: è scelta.

Il caso di Canistro, dove si voterà soltanto il prossimo anno e dove gli attacchi contro il sindaco in carica sono già a pieno ritmo, è forse il segnale più eloquente di questa patologia. La campagna elettorale si accende mesi prima del voto, non per presentare idee o costruire programmi, ma per consumare preventivamente l’avversario più esposto: chi governa, chi ha un bilancio da difendere, chi ha un nome e un volto che rendono il bersaglio più comodo. I motori girano già a pieno regime, alimentati non da visioni ma da risentimento, non da proposta ma da demolizione preventiva.

È una politica che ha rinunciato a costruire perché distruggere è più semplice, più rapido, più remunerativo in termini di like e condivisioni. Una politica che ha imparato a leggere l’algoritmo meglio dei bisogni reali della comunità.

Il costo di tutto questo non si misura soltanto in una qualità del dibattito pubblico sempre più bassa. Si misura nelle persone che si allontanano. In chi avrebbe le competenze, la passione civile, il senso di servizio per fare buona politica, e invece osserva questo spettacolo con disgusto e si ritira. In chi decide che nessuna carica pubblica, e soprattutto quella di sindaco, prima linea di ogni gogna digitale, vale di essere esposta a quella quantità di veleno. In chi capisce che metterci la faccia, oggi, significa consegnarsi a un tritacarne anonimo e instancabile.
Quando la politica espelle le persone migliori, non perde soltanto qualità. Perde legittimità. E alla lunga, perde tutto.
La Marsica merita altro. Merita un confronto duro, se necessario, ma firmato. Merita avversari che si guardino in faccia, non sicari digitali che operano nell’ombra. Merita una campagna elettorale che parli di strade, servizi, lavoro, futuro, e non di vergogne da esibire sui social media come trofei di caccia.
Tornare a una politica così non è nostalgia. È una questione di sopravvivenza civile.

E forse, prima ancora che una questione politica, è una questione di carattere.

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