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Il Maestro Jacopo Sipari e Jessica Pratt in un gala al Teatro Verdi di Salerno

Alessandra Ciciotti di Alessandra Ciciotti
12 Maggio 2026
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Pescasseroli. Il Conservatorio Statale di Musica di Salerno, sabato 16 maggio, alle ore 20,30, sul palcoscenico del massimo cittadino, offrirà un gala di assoluta caratura, con protagonista il soprano australiano che presenterà, insieme all’orchestra e al coro dell’istituzione cittadina, il suo ultimo progetto discografico, dedicato alle scene di follia del melodramma italiano

Delirio: personaggi travolti da vicende sentimentali e di passioni, tra amori ostacolati e situazioni politiche aggrovigliate che compromettono amori liberamente scelti e per questo osteggiati e contrastati, che mettono in crisi il rapporto di amore. E’ questo l’ultimo progetto discografico del soprano australiano Jessica Pratt, distribuito dalla casa discografica Tancredi, che verrà presentato sabato 16 maggio, alle ore 20,30, al teatro Verdi di Salerno, in un gran gala a corollario del Congresso che 15 al 17 maggio si svolgerà presso il Conservatorio Statale di Musica “Giuseppe Martucci” di Salerno dal titolo Human After Code. Pratiche e teorie della creatività aumentata, primo appuntamento delle iniziative scientifiche promosse nell’ambito del PRIN Etica sociale e creatività aumentata: indagine sul ruolo dell’intelligenza artificiale e delle forme algoritmiche nella musica, nelle arti visive e nel design, del quale la massima istituzione musicale cittadina è capofila del progetto, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Napoli e con l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Roma. Il concerto saluterà assoluti protagonisti il soprano Jessica Pratt, che ritorna a Salerno, dopo aver illuminato nel ruolo di Gilda, il Rigoletto verdiano, ri-trovando la bacchetta del Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, che sarà sul podio dell’ Orchestra e del Coro, preparato dal Maestro Francesco Aliberti, del Conservatorio “G.Martucci” di Salerno, dopo il successo della Lucia di Lammermoor, andata in scena al teatro dell’Opera Nazionale di Tirana. Un gala questo, voluto dal Direttore Fulvio Artiano e dal C.d.A. del Martucci, presieduto da Vittorio Acocella, e affidato al Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, letteralmente all’indomani del suo riacquisito insediamento sulla cattedra di Esercitazioni Orchestrali. “Sono molto contento di essere ritornato qui a Salerno – ha dichiarato il Maestro Jacopo Sipari – il conservatorio che mi ha accolto quando ho preso la decisione di voler intraprendere anche la carriera di docente di esercitazioni orchestrali. Mi è costato questo ritorno un ulteriore concorso al quale ho partecipato proprio per il grande amore che nutro per questa città, il suo teatro, gli allievi che ho lasciato al primo anno e ritrovo ulteriormente maturati, pronti ad affrontare programmi e cimenti importanti, come questo gala che vede protagonista una delle più grandi e acclamate belcantiste mondiali, quale è Jessica Pratt”.

La serata verrà inaugurata dalla Sinfonia del Don Pasquale di Gaetano Donizetti, che nel programma farà la parte del leone. Il tema della serenata di Ernesto “Com’è gentil” l’amore appassionato e sincero del nipote di Don Pasquale, e di contro la cabaletta di Norina “So anch’io la virtù magica” con cui si presenta manipolatrice ma dal bel carattere, per l’esordio dell’orchestra tra ritmi incalzanti e malinconici, nella tradizione tutta italiana della sinfonia avanti l’opera. Aria di sortita della Pratt sarà quella belliniana di Amina, una poesia di rara finezza e freschezza, un canto limpido e schietto tanto nello stile piano, quanto in quello fiorito, una scrittura armonica trasparente ma anche sottilmente inquieta. E’ la scena del sonnambulismo, in cui Amina, come nella prima apparizione da sonnambula nella camera di Rodolfo, ma stavolta dopo il trauma del distacco violento dall’amato, rivive la propria sofferenza interiore e immagina di essere di nuovo unita a Elvino, accompagnata in orchestra dalla ripresa di alcuni motivi di reminiscenza: “Prendi: l’anel ti dono” e “Ah! vorrei trovar parola” e altri richiami a quel tempo felice, ora così lontano e irraggiungibile. Frazioni d’incanto rubate alla realtà: quando la giovane si accorge con dolore che i fiori donatile dal fidanzato sono ormai morti, lo sconforto riprende il sopravvento e sfocia nella sublime aria “Ah! non credea mirarti”, culmine espressivo del commovente monologo della protagonista, delicatissima e percorsa da una vena d’intensa e al contempo trattenuta malinconia, la melodia – una di quelle “lunghe, lunghe, lunghe” come amava definirle Verdi – pare dilatarsi all’infinito muovendosi per piccoli intervalli intorno a frasi brevi e dai contorni poco netti, affidata solamente alla voce, senza alcun raddoppio strumentale, ma nel culmine spunta l’oboe ancia doppia della nostalgia e del delirio, fino a quell’esultanza, alla gioia del ritrovato anello e amore, con il pirotecnico “Ah non giunge uman pensiero!”, in un picco di belcanto che lambirà il Mi Bemolle sovracuto. Gemma rara sarà “Emilia di Liverpool”, datata 1824, primo incontro tra Donizetti e il tema della follia e per la declinazione ancora “leggera” del tema, in contrasto con il carattere patetico se non scopertamente drammatico degli altri brani. “Ecco, miratela….Madre! Deh placati…Ah di contento ripiena ho l’alma”, è la “cavatina di sortita”, subito dopo l’inizio del primo atto, di Emilia, ritirata in un eremitaggio alpestre per espiare la colpa di essersi lasciata sedurre dal giovane Federico, che dopo varie peripezie ritroverà e sposerà. Dapprima serena, poi preda di mesti pensieri e ossessionata dai rimorsi Emilia “par fuor di sé” ai poveri paesani che la vedono uscire all’alba per dispensar loro doni. Senza avvedersi di loro si rivolge alla madre morta di dolore per sua colpa; richiamata alla realtà, soccorre con elemosine i bisognosi, e da questo gesto ricava rassicurazione e felicità sufficienti a dar vita a una virtuosistica cabaletta, con un Maestoso ed un rondò nella versione del 1828, presa in prestito dall’ Alahor in Granata. L’orchestra proporrà, quindi, la Sinfonia dall’Anna Bolena, di Gaetano Donizetti, articolata in un Allegro iniziale che si conclude dopo un trillo del flauto su un accordo di la maggiore, in un drammatico e cupo Larghetto e in un Allegro in forma-sonata, il cui primo tema, tratto da quello di Alina regina di Golconda, contrasta con il secondo dalla struttura lirica, mentre quello del crescendo ritorna nel tempo di mezzo dell’aria di Giovanna “Per questa fiamma indomita del secondo atto”. Fine del primo tempo del concerto con la follia più conosciuta quella della Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti “Oh giusto cielo… Il dolce suono…Ardon gl’incensi… Spargi d’amaro pianto…”. Ricordi del passato, lirismo affettuoso, frammentismo sconnesso di immagini che non reggono all’incombere della tragedia, e la gara col flauto, che sarà quello di Mario Pio Ferrante, dai riflessi dionisiaci, fino allo straniamento assoluto, sotto la spinta di un virtuosismo che ascolta se stesso, come in un gioco ormai slegato dalla realtà, sono altrettanti esempi di come si possa unire un grosso impegno vocale, quasi a sé stante, con la più alta vocazione tragica. La seconda parte della serata verrà inaugurata ancora da Gaetano Donizetti con il Preludio e il coro d’introduzione “Bel conforto al mietitore”, pagine che aprono l’opera, introducendo lo spettatore nell’atmosfera bucolica e sentimentale della vicenda. Breve e vivace, il Preludio sfuma direttamente nella prima scena dove sull’orchestra svetteranno incontrastati flauto e ottavino. A seguire la seconda meravigliosa pagina di Vincenzo Bellini da “I Puritani” “O rendetemi la speme… Qui la voce sua soave… Vien diletto”, ovvero ciò che è stata definita l’assolutizzazione dell’espressione lirica belliniana, la stessa che nel richiamo straziato di Elvira allo sposo ne sancisce il cantilenare di una sicilianità mai dismessa.

Gran finale con “Linda! A che pensate… Nel silenzio della sera… No non è ver mentirono…”, con il Donizetti dalla grande maturità, che compone Linda di Chamounix, che ascolteremo nell’ultima revisione Ricordi. Linda ha lasciato per la tumultuosa e corrotta Parigi il semplice e povero villaggio natio, sfondo degli altri due atti, scoprendo che a mantenerla fra gli agi è un giovane aristocratico, il padre la crede a torto perduta, e la maledice nel momento stesso nel quale Linda è definitivamente sconvolta dalla notizia che il suo amato Carlo si sta per sposare con un’altra. Inevitabile l’accesso di follia: con abbandono nel dolce cantabile “Nel silenzio della sera”, che Donizetti avrebbe tagliato nei mesi successivi nella revisione per il Théâtre Italien, Linda sogna di tornare fra i “pini ombrosi” della Savoia, finalmente unita a Carlo, la scuote il pensiero della rivale, ma torna a delirare in una cabaletta animata e ricca di sfumature psicologiche. Un sigillo aureo da parte della Pratt e del Maestro Jacopo Sipari Pescasseroli, che aprirà la sequela dei bis, che annunciamo già essere brillanti e moderni.

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