Avezzano. Non una sola voce, ma un coro. A Macfrut 2026, la principale fiera internazionale dell’ortofrutta italiana a Rimini, la Piana del Fucino ha preso la parola attraverso cinque protagonisti che insieme hanno raccontato un territorio straordinario nella sua interezza: la sua storia millenaria, la sua vocazione agricola, la sua ricchezza idrica e la sua identità gastronomica. Lo show cooking “Il Fucino si racconta – un viaggio tra i sapori autentici italiani”, con la presenza del Postaccio Bàcaro Marsicano nell’ambito del progetto La Grande Bellezza Italiana, si è trasformato in qualcosa di più di una semplice dimostrazione culinaria, ma un racconto corale che ha emozionato operatori, buyer, visitatori internazionali, professionisti del settore.
Sul palco del Padiglione D5, Stand 064, i principali attori della presentazione erano chef Paolo Verna, le aziende agricole Venditti Fabio e Torti Patate, il Direttore del Consorzio di Bonifica Dario Bonaldi e la Dott.ssa Elena Cervellini, archeologa esperta del territorio marsicano. Cinque prospettive, una sola terra.
Un racconto a cinque voci: dal Lago Fucino al piatto
Martedì 21 aprile, alle ore 11:00, il Padiglione D5 – Stand 064 di Macfrut è diventato per un’ora il cuore narrante della Piana del Fucino. Il cooking show “Il Fucino si racconta” non ha seguito la struttura di una classica dimostrazione culinaria: è stato costruito come un viaggio multidisciplinare, in cui ogni voce ha aggiunto uno strato di significato al racconto.
Ad aprire il racconto è stata la Dott.ssa Elena Cervellini, che ha portato il pubblico indietro nel tempo. Il Fucino che oggi produce carote e patate di qualità eccezionale era un tempo un grande lago, il Lago Fucino, il terzo lago più grande d’Italia. Le sue origini romane, i reperti archeologici emersi nel corso dei secoli, le testimonianze di una civiltà che viveva sulle sue sponde: la storia ha dato al pubblico la consapevolezza di quanto questo territorio porti con sé un patrimonio di secoli che oggi si esprime anche attraverso il cibo.
A prendere il filo del racconto è stato poi Dario Bonaldi, Direttore del Consorzio di Bonifica del Fucino. L’acqua, ha spiegato Bonaldi, non è solo ciò che bagna i campi: è la risorsa che ha reso possibile la trasformazione di un lago in una pianura fertile. Il Consorzio gestisce ogni giorno un sistema idrico complesso e prezioso, che garantisce alle aziende agricole del territorio — tra cui Venditti Fabio e Torti Patate — le condizioni ottimali per produrre eccellenza. Senza quell’acqua, nessuna carota IGP, nessuna patata IGP.
Sul palco sono quindi entrate le materie prime: le Carote del Fucino dell’Azienda Agricola Venditti Fabio e le Patate del Fucino di Torti Patate. Due prodotti nati dalla stessa terra, dallo stesso sole, dalla stessa acqua gestita dal Consorzio, su un suolo unico che la storia — come ha raccontato Elena Cervellini — ha plasmato nel corso di millenni.
A raccogliere tutto questo e trasformarlo in sapore è stato lo chef Paolo Verna del Postaccio Bàcaro Marsicano. Con rispetto e creatività, Verna ha esaltato le caratteristiche organolettiche di entrambi i prodotti — la dolcezza e la croccantezza della carota, la pasta compatta e il gusto intenso della patata — costruendo preparazioni capaci di portare in un piatto l’intera storia del Fucino. Ogni boccone raccontava secoli. Ogni preparazione era un atto di rispetto verso chi ha lavorato questa terra.
Il risultato è stato un evento che ha superato le aspettative. Come ha sintetizzato lo stesso Postaccio al termine dello show: “Non era una presentazione, era un racconto.” Un racconto che ha dimostrato come il cibo sia la forma più potente di identità territoriale: non si può capire una carota del Fucino senza conoscere il lago che c’era prima, l’acqua che la nutre oggi, le mani che la coltivano e il cuoco che la trasforma.
Mentre lo show cooking procedeva tra gli applausi, nella stessa giornata del 21 aprile arrivava un’altra notizia di grande rilievo. Gabriella Stoilova dell’Azienda Agricola Venditti Fabio è stata ufficialmente proclamata Consigliera dell’Associazione Nazionale Le Donne dell’Ortofrutta, una delle realtà associative più autorevoli del settore ortofrutticolo italiano.
La nomina porta in seno all’associazione la voce concreta di chi lavora ogni giorno a contatto con la terra del Fucino, a fianco di produttori, istituzioni e professionisti come quelli che hanno condiviso il palco di Macfrut. Un riconoscimento che appartiene all’intero sistema produttivo di questo territorio.
A fare da cornice alla giornata, i dati presentati da CSO Italy al Simposio Carota 2030, convegno scientifico svoltosi sempre il 21 aprile nell’ambito di Macfrut. I numeri certificano la salute di un comparto in cui il Fucino gioca un ruolo da protagonista.
I dati parlano chiaro. Nel 2025 gli acquisti di carote in Italia hanno raggiunto le 208.000 tonnellate, segnando il record degli ultimi dieci anni con una crescita del +5% rispetto al 2024. L’84% delle famiglie italiane acquista carote almeno una volta l’anno, e il trend non accenna a rallentare: nel primo bimestre 2026 i volumi sono cresciuti di un ulteriore +11% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Sul fronte della valorizzazione, il 79% delle carote vendute è oggi confezionato — dato in forte crescita rispetto al 53% del 2016 — a conferma che qualità e riconoscibilità del prodotto guidano le scelte del consumatore. Le carote con marchio IGP rappresentano il 3% del mercato totale, con ampi margini di crescita: una quota ancora contenuta, ma che indica con chiarezza la direzione verso cui si muove la domanda. Il valore dell’origine, certificato e riconoscibile, è la leva più potente per il futuro del comparto.
La domanda che CSO Italy ha lasciato aperta vale per tutto il sistema Fucino: “Forse la vera domanda non è come vendere più carote, ma come dare più valore a un prodotto che tutti già comprano.” La risposta che il Fucino ha dato a Macfrut 2026 è chiara: attraverso la storia, l’acqua, la terra, il cibo e le persone.
Macfrut 2026 ha dimostrato che questo territorio sa raccontarsi nella sua complessità: la ricercatrice che studia i reperti del lago, il direttore che gestisce l’acqua che lo ha sostituito, i produttori che coltivano ciò che quell’acqua rende possibile, lo chef che trasforma tutto questo in sapore. Il Fucino, attraverso le sue cinque voci, non ha bisogno di essere inventato: ha bisogno soltanto di essere raccontato.





