Capistrello. Va in Comune per cambiare residenza ma è costretto ad attendere ore tra problemi e burocrazia. Questo quanto accaduto a un utente del Comune di Capistrello che si era recato in municipio per seguire l’iter necessario al cambio di residenza. Quella che pensava essere una procedura veloce e semplice si è trasformata in un’odissea.
“Ore 10:00. Mi reco presso il Comune di Capistrello per effettuare un cambio di residenza anagrafica, accompagnata dal mio compagno che mi ospita nella sua abitazione. Un’operazione semplice, almeno sulla carta, per la quale entrambi abbiamo dovuto chiedere un permesso dal lavoro. Arrivati sul posto, poco prima delle 10.00, scopriamo che l’ufficio anagrafe il martedì apre alle 11:00. Pazienza, pensiamo”, racconta.
“Torniamo poco dopo, intorno alle 10:30/10:40, e troviamo già circa venti persone in attesa. Ci mettiamo in fila, confidando nel normale scorrere delle pratiche. Passa un’ora. Il mio compagno perde il primo autobus per recarsi al lavoro. Passa anche la seconda ora. A quel punto, si vede costretto a rinunciare ai mezzi pubblici e a utilizzare la propria auto, sostenendo una spesa imprevista pur di non perdere l’intera giornata lavorativa. Io, nel frattempo, continuo ad avvisare il mio ufficio dei ritardi”, prosegue.
“Finalmente, alle 12:45 arriva il nostro turno. In piedi, davanti la scrivania dell’impiegata comunale, spieghiamo la richiesta: cambio di residenza. L’impiegata verifica i dati: io proveniente da altro comune, il mio compagno residente a Capistrello da sempre, contribuente regolare, proprietario dell’abitazione in cui vive da circa cinquant’anni. Ed è qui che arriva l’assurdo, inizia il vero paradosso!!!”, dichiara.
“Per procedere, ci viene richiesto un certificato di proprietà dell’immobile. Restiamo increduli. Facciamo presente che il Comune stesso possiede tutti i dati: residenza storica, pagamento delle imposte, informazioni catastali. Chiediamo, con buon senso, che venga effettuata una verifica interna. La risposta è disarmante: “Quello è un altro ufficio”. Alla richiesta di poter interpellare tale ufficio, la replica resta la stessa: “Portate il certificato e poi facciamo tutto””, prosegue.
“Una frase che sintetizza perfettamente un modo di lavorare: scaricare il problema sul cittadino. Nessun tentativo di collaborazione. Nessuna volontà di agevolare il cittadino. Nessuna assunzione di responsabilità anche dopo aver spiegato all’impiegata che abbiamo dovuto chiedere una giornata di permesso dal lavoro per fare quell’operazione. Il risultato? Una mattinata persa, ore di lavoro sacrificate, spese aggiuntive e una pratica non conclusa”, dichiara.
“Chi lavora nel settore privato conosce bene la differenza. In una struttura organizzata, anche se suddivisa in uffici, il cliente non viene rimbalzato da una scrivania all’altra per documenti che l’organizzazione stessa già possiede. Un comportamento del genere non solo comporterebbe la perdita del cliente, ma potrebbe avere conseguenze serie anche sul piano professionale”, prosegue.
“Nel settore pubblico, invece, troppo spesso si assiste a una dinamica diversa: rigidità, scarsa comunicazione interna e, in alcuni casi, un atteggiamento di distacco che sfocia nell’indifferenza. La sicurezza del cosiddetto “posto fisso” — resa celebre anche in chiave ironica da Checco Zalone — rischia di trasformarsi, nelle peggiori situazioni, in una mancanza di responsabilità verso il cittadino”, aggiunge.
“Questo non è solo un episodio isolato: è il sintomo di un problema più ampio. Un’amministrazione efficiente non dovrebbe limitarsi ad applicare regole, ma anche facilitare chi si rivolge ai suoi servizi, soprattutto quando le informazioni richieste sono già in suo possesso. Perché alla fine la domanda è semplice: è accettabile che nel 2026 un cittadino debba perdere tempo, denaro e pazienza per un certificato che l’amministrazione stessa potrebbe verificare internamente?”, conclude.








