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I 300 anni dalla morte di Petronilla Paolini Massimi: commemorazioni a Tagliacozzo

Redazione Abruzzo di Redazione Abruzzo
1 Marzo 2026
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Tagliacozzo. I 300 anni dalla morte di Petronilla Paolini Massimi: commemorazioni a Tagliacozzo.
“Inizia una settimana molto importante per la nostra Città di Tagliacozzo che commemora i 300 anni dalla morte di una grande donna e poetessa: PETRONILLA PAOLINI MASSIMI, nata a Tagliacozzo il 24 dicembre 1663 e morta a Roma il 3 marzo 1726”. Ha spiegato il sindaco di Tagliacozzo, Vincenzo Giovagnorio.
“Martedì 3, giorno anniversario della morte, alle ore 11.00 saremo presso la sua tomba nella Chiesa di Sant’Egidio a Trastevere in Roma per l’omaggio di una corona d’alloro (chi può ed è nell’Urbe intervenga).
Sabato 7, in Sala consiliare, tavola rotonda con la Prof.ssa Lucia Bonifaci, la Prof.ssa Marina Formica, la Dott.ssa Antonella Gamberoni, la Dott.ssa Maria Patrizia Calabresi, il Principe don Oddone Colonna e la Dott.ssa Chiara Grassi; coordina il Prof. Franco Salvatori. Reading: Dott.ssa Adriana Cottone, Maestra Maria Teresa Pasqualone, Prof.ssa Laura Micalizio.
Domenica 8, Giornata internazionale della donna, alle ore 18.00 a Teatro Talia, concerto celebrativo delle “Chimera Ensamble”, in onore di Petronilla e di tutte le donne (ingresso gratuito).
Petronilla Paolini fu l’unica figlia di Francesco Paolini, conte di Ortona dei Marsi e Carrito, e di Silvia Argoli, della stessa famiglia cui appartennero il matematico Andrea Argoli e il poeta e insegnante d’umanità Giovanni (1609-1660).
Rimasta ancora infante orfana di padre, assassinato forse per un intrigo politico il 13 febbraio 1667, seguì la madre a Roma nel convento di Santo Spirito dove fu incredibilmente fatta sposare a 10 anni non ancora compiuti, il 9 novembre 1673, con il quarantenne Francesco Massimi, marchese romano e vice-castellano di Sant’Angelo: lo squallido matrimonio – che garantiva una protezione «eccellente» alla famiglia in cambio dei beni paterni e della serenità di Petronilla – fu reso possibile da una speciale licenza di papa Clemente X, parente dei Massimi.
La bambina rimase ancora con la madre fino al 1675, quando si trasferì nel palazzo della famiglia Massimi all’Ara Coeli, per trasferirsi ancora col marito a Castel Sant’Angelo nel 1678, allora carcere pontificio.
«Sotto titolo illustre in chiuso orrore
varcai le più bell’ore,
e passeggiai su le funeste scene;
pur baciai le catene
e in rigida prigion sfogai col canto
qual dolente usignuol l’angosce e ‘l pianto»
Quando anche il «canto» – la poesia alla quale si era dedicata per consolare la penosa condizione della sua vita – le fu impedito dal marito, e dopo aver messo al mondo tre figli – Angelo (1679), Domenico (1681) ed Emilio (1682) – il 16 novembre 1690 Petronilla decise di lasciare il marito ritirandosi in convento dove si dedicò agli studi e alla poesia. Non per questo aveva inteso lasciare i figli, ma il Massimi le impedì di poterli vedere e si rifiutò di cederle la dote. Dovette così vivere in strettezze e non poté assistere il figlio Domenico che, gravemente malato, morì nel 1694.
Petronilla intentò causa per vedersi riconoscere la legittimità della separazione e il patrimonio, ma nel 1697 il tribunale le diede torto. Il riconoscimento negatole sul piano giuridico le venne nell’ambito artistico e Petronilla divenne membro dell’«Accademia degli Insensati», a Perugia, e dell’«Accademia degli Infecondi» e dell’«Arcadia», in Roma, con il nome di Fidalma Partenide.
Poteva così scrivere in un sonetto che
«Mente capace d’ogni nobil cura
ha il nostro sesso: or qual potente inganno
dall’imprese d’onor l’alme ne fura?
So ben che i fati a noi guerra non fanno,
né i suoi doni contende a noi natura:
sol del nostro valor l’uomo è tiranno»
Alla morte del marito, nel 1707, Petronilla poté lasciare il convento di Santo Spirito per palazzo Massimi, alla fine completamente libera di usufruire dei propri beni, di vivere con i suoi figli e di disporre della sua vita: nel 1709 volle rivedere i luoghi nativi dell’Abruzzo.
Morì a Roma il 3 marzo del 1726 e fu sepolta nella chiesa di Sant’Egidio, a Trastevere, dove un piccolo monumento la ricorda ancora come “doctissima mulier”.
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