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La marsicana Valentina De’ Mathà in mostra all’Art Gender Gap

Redazione Abruzzo di Redazione Abruzzo
21 Febbraio 2026
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Avezzano. La marsicana Valentina De’ Mathà in mostra all’“Art Gender Gap”.

Valentina De’ Mathà, classe 1981, è un’artista italo-svizzera nata ad Avezzano. La sua ricerca è un’indagine intimista e autobiografica che ha origine in flussi di  coscienza.

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Si concentra in particolare sul concetto di memoria: una memoria nostalgica, legata  spesso all’anemoia, onirica e riformulata, intesa principalmente come esperienza  emotiva e inconscia che nasce dal ricordo.  

Si interessa ai processi di mutevolezza e perdita del controllo, che analizza attraverso  una continua decostruzione e ricostruzione, sia formale che concettuale. Utilizza principalmente materiali legati alla fotografia analogica, seppur in modo non  ortodosso, e alla tessitura, entrambi intesi come contenitori di memoria e tradizione. Il suo lavoro si muove entro una visione dialettica tra ciò che tentiamo di preservare e  ciò che inesorabilmente scivola via, mutando costantemente in una forma altra. 

Le sue opere sono state esposte in sedi internazionali, tra cui: StadtGalerie Brixen,  Bressanone, IT (2025), OHSH Projects, Londra, UK (2024), Consolato Generale di  Italia a Lugano, CH (2024), Palazzo Reale, Milano, IT (2022), Residenza  dell’Ambasciata d’Italia a Berna, CH (2022), Macro Asilo-Macro Museo d’Arte  Contemporanea di Roma, IT (2019), Pasinger Fabrik, Monaco di Baviera, DE  (2019), Art on Paper New York, USA (2016), Miami Project Art Fair, USA (2015),  Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino, IT (2015), Fondazione Cini, Venezia,  IT (2015), Museo Antinum, Civita d’Antino, IT (2015), PAV-Parco Arte Vivente,  Centro d’Arte Contemporanea, Torino, IT (2014), Limonaia di Villa Saroli, Museo  d’Arte di Lugano, CH (2013), MLAC, Museo Laboratorio di Arte Contemporanea,  Roma, IT (2012), Palazzo Farnese, Ambasciata di Francia, Roma, IT (2012), Nappe  dell’Arsenale, Venezia, IT (2012), 54° Biennale di Venezia Padiglione Italia / 

“Art Gender Gap” nasce come gesto pubblico e necessario: una mostra che presenta 51 opere di 40 artiste che, in epoche e linguaggi diversi, hanno attraversato e superato quel sistema di disuguaglianze – sociali, culturali e istituzionali – che per secoli ha reso l’arte un orizzonte pressoché esclusivamente maschile.

Il gender gap non è stato soltanto un ritardo o una mancanza di riconoscimento: è stato una vera e propria struttura di esclusione. Ha limitato la possibilità stessa, per le donne, di formarsi, produrre, circolare ed essere riconosciute. Il talento non è mai mancato: sono mancate le condizioni.

Per lungo tempo alle donne è stato impedito non solo di emergere, ma persino di accedere agli strumenti della legittimazione artistica: botteghe, accademie, studio del nudo, committenze, viaggi, reti culturali e protezioni sociali. La soggezione femminile non era un fatto privato: era un ordine condiviso. Rosa Bonheur, grande artista francese, per ottenere la fama meritata ritenne opportuno vestire abiti maschili, a significare come l’artista fosse percepito soltanto in forma virile e, laddove non fosse uomo, almeno così dovesse apparire.

A ciò si aggiunge una ragione decisiva: l’arte è stata storicamente connessa al potere. Politica, armi e Chiesa hanno guidato committenze e immaginari, trasformando l’arte in linguaggio di rappresentazione e conferma dell’autorità. In una società patriarcale, il potere è stato maschile e, di conseguenza, anche i canoni estetici e le gerarchie culturali si sono conformati a esso.

Per secoli “femminile”, nell’arte come nella vita, è divenuto sinonimo di debole, leggiadro, gentile: un’etichetta che confinava le donne alla decorazione, nell’armonia obbligata, nel privato, nella maternità come destino e non come scelta. Anche quando un’opera riusciva ad affermarsi, veniva spesso letta come eccezione o grazia, non come autentico momento creativo.

L’arte contemporanea ha reso evidente ciò che oggi dovrebbe essere incontrovertibile: l’arte non può avere canoni sessualmente distinti e discriminatori. Non perché differenze e identità non abbiano valore, ma perché a nessuna forma di espressione può essere precluso l’accesso alla sfera dell’arte.

La contemporaneità ha mostrato come l’arte incida concretamente sulla storia, sul potere, sulle dimensioni soggettive e collettive e come, attraverso la forza delle immagini e delle emozioni, essa si faccia corpo prima nell’artista e poi nel fruitore. Questa mostra esprime il superamento di ogni distinzione basata su sesso e genere: oggi nessuno può definire un’opera in relazione al genere di chi l’ha creata.

Gli artisti – uomini e donne – esprimono emozioni, disagio esistenziale, speranza, decadenza, progettualità, ferite e timori attraverso linguaggi molteplici. L’arte non è influenzata dagli ormoni, ma dall’elaborazione intellettuale e concettuale: e i concetti non hanno sesso.

Recentemente le artiste hanno superato anche un ulteriore gender gap: quello economico. Fino a pochi anni fa, le loro quotazioni risultavano sensibilmente inferiori rispetto a quelle degli artisti uomini con analogo livello di carriera. Oggi, salvo deprecabili eccezioni, questo divario risulta superato. Le artiste in mostra hanno contribuito, ciascuna nel proprio ambito, a costruire le basi di questo cambiamento.

Il percorso espositivo rende visibile tale passaggio attraverso opere che hanno segnato fratture e nuove aperture.

Con Carla Accardi, l’arte smette di essere superficie e diventa esperienza spaziale: Triplice tenda trasforma l’opera in ambiente attraversabile, in presenza.

Sonia Delaunay, con Prismes électriques, porta energia urbana e ritmo nel cuore dell’avanguardia.

Meret Oppenheim, con Object (Le Déjeuner en fourrure), ribalta il quotidiano domestico trasformandolo in cortocircuito simbolico.

Mona Hatoum, in Measures of Distance, intreccia corpo, lingua, memoria e geografia.

Tracey Emin, con My Bed, porta in museo vulnerabilità e fragilità.

Pipilotti Rist, in Ever Is Over All, afferma un’energia femminile liberatoria e spiazzante.

Sophie Calle, con Take Care of Yourself, trasforma una ferita privata in dispositivo collettivo.

ORLAN, con The Reincarnation of Saint ORLAN, mette in discussione i canoni estetici come strumenti di controllo.

Kiki Smith, in Lilith, restituisce una figura femminile ambigua e potente.

Maria Lai, con Legarsi alla montagna, afferma un’idea di arte come coesione comunitaria.

Gina Pane, in Azione sentimentale, rende il corpo lingua pubblica.

Candida Höfer, con Trinity College Library I, interroga visivamente l’accesso ai luoghi del sapere.

“Art Gender Gap” è dunque anche una restituzione: un omaggio a chi ha contrastato l’oscurantismo e i limiti della cultura patriarcale dimostrando che l’arte non coincide con un genere, ma con la più ampia possibilità di espansione dell’essere umano.

A cura di: Giuseppe Simone Modeo, Nicoletta Castellaneta, Domenico de Chirico

Catalogo con testi di:
Giuseppe Simone Modeo, Nicoletta Castellaneta, Domenico de Chirico, Christian Levett, Pasquale Giuseppe Macrì, Renee Adams, Martina Corgnati, Claudia Pensotti Mosca

Conferenza di presentazione:
16 febbraio 2026, ore 12:00
Sala Nassirya, Palazzo Madama (Senato della Repubblica), Roma
Moderatrice: Flavia Fratello (LA7)

Vernissage:
8 marzo 2026, ore 18:00
In occasione della Giornata Internazionale della Donna

Durata mostra:
8 marzo – 8 maggio 2026

Sede:
GAS – Galleria Andrea Sansovino
Palazzo Ciocchi di Monte
Chiesa di Santa Chiara
Cisterna rinascimentale

Contatti stampa:
Tel. +39 339 496 8238
Email: [email protected]
[email protected]

Marchio concesso ai sensi dell’art. 6, comma 4, L.R. 15/2010.

Valentina De’Mathà 

Ho sognato che ero nella mia camera da letto ad Avezzano, 2016-2026 

RA-4 su carta emulsionata intrecciata e cucita con cotone. Coperte tradizionali abruzzesi. Dimensione variabile 

La sua ricerca è un’indagine intimista e autobiografica che ha origine in flussi di coscienza. Si concentra in particolare sul concetto di memoria: una memoria nostalgica, legata spesso  all’anemoia, onirica e riformulata, intesa principalmente come esperienza emotiva e inconscia che  nasce dal ricordo.  

Si interessa ai processi di mutevolezza e perdita del controllo, che analizza attraverso una continua  decostruzione e ricostruzione, sia formale che concettuale. 

Utilizza principalmente materiali legati alla fotografia analogica, seppur in modo non ortodosso, e  alla tessitura, entrambi intesi come contenitori di memoria e tradizione. 

Il suo lavoro si muove entro una visione dialettica tra ciò che tentiamo di preservare e ciò che  inesorabilmente scivola via, mutando costantemente in una forma altra. 

Ho sognato che ero nella mia camera da letto ad Avezzano, è un’opera composta da nove coperte  usate della tradizione abruzzese, ripiegate su se stesse, come a voler riavvolgere una narrazione e  offrirne una nuova versione dei fatti, e sulle quali sono adagiati intrecci in carta emulsionata, dipinta  attraverso procedimenti chimici e cucita con filo di cotone. Le coperte custodiscono una memoria  fisica e familiare stratificata: contengono tracce di vita, calore, odori, pensieri, sogni, aspettative e  paure dei corpi che hanno avvolto. Diventano così per l’artista un diario fisico personale e  contenitore di una memoria segreta, ma anche culturale e tradizionale. 

Gli intrecci sono invece rivolti a un ricordo psichico e sentimentale che riaffiora in superficie in  modo inaspettato, distorto, aggrovigliato e disordinato, mirando a mostrare l’inconscio e il caos  interiore. Rappresentano la volontà e il tentativo di legare e mantenere uniti i brandelli della propria  esistenza attraverso un gesto di ricostruzione, con l’intento di rimettere insieme mentalmente una  narrazione emotiva attraverso una trama. 

Questi due elementi instaurano un dialogo per libere associazioni, dando forma a un’opera costruita  per senso, che emerge come superficie mnestica, in cui il materiale trattiene e rielabora l’esperienza.  L’opera volge lo sguardo al concetto di rêverie di Gaston Bachelard: un sognare ad occhi aperti, un  

rivivere i luoghi interiorizzati, in particolare la casa. La rêverie non conserva i fatti, ma le  sensazioni e le emozioni che riaffiorano quando si ripensano certi spazi vissuti. In questo senso, la  casa diventa uno spazio poetico, intimo e profondamente assorbito. 

Il titolo dell’opera nasce da un sogno ricorrente dell’artista e si inserisce come un ulteriore tassello  nel suo percorso artistico, in dialogo con lavori precedenti come Il pavimento di casa di mia madre;  Epiphany; Album di famiglia; L’amore con l’amore si fa; Armature tessili.

 

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