L’Aquila. A oltre dieci anni dall’ultimo bando, l’attesissimo esame nazionale per l’abilitazione di guida turistica si è trasformato in un caso clamoroso: solo 230 idonei su 12.000 partecipanti.
La prova scritta dell’esame di abilitazione di guida turistica nazionale si è svolto il 18 novembre e non ha potuto che suscitare, come prevedibile, un indignato coro di proteste e annunci di ricorso.
Atteso da oltre dieci anni – tanto era che le Regioni un tempo deputate non pubblicavano nuovi bandi – il numero di chi ha superato la prova appare ridicolmente basso, addirittura solo 230 candidati su 12.000 partecipanti. Il concorso era partito già male visto che il Ministero, con apposita legge (190/2023), si era riappropriato della procedura abilitativa, suscitando ricorsi da parte dell’associazione Angit, purtroppo respinti dal TAR del Lazio.
Molte sono state le polemiche sulle difficoltà intrinseche della prova che pretendeva che il candidato studiasse programmi colossali di preistoria e storia d’Italia dall’antichità fino ai fatti politici attuali, storia dell’arte europea dalle origini ai nostri giorni, geografia (con geografia turistica), economia turistica, diritto dei beni culturali e del turismo, archeologia.
Il tutto andava preparato in quattro mesi scarsi, dato che la data della prova scritta veniva ufficializzata solo a Luglio. Sempre a Luglio poi, il ministero dettava il programma d’esame, che oltre a quanto già elencato sopra, prevedeva che i candidati dovessero conoscere nel dettaglio ben 465 siti culturali, archeologici e museali italiani. Inizialmente dichiarata come prerogativa per l’orale, una errata corrige successiva specificava che quest’ ultima abilità era richiesta anche per lo scritto.
A fronte di un simile carico di lavoro, oltre metà dei candidati ha rinunciato a partecipare alla prova, tanto da presentarsi in soli 12.000, rispetto ai 29.000 iscritti. Solo dopo pressanti richieste di accesso agli atti, e in prossimità della scadenza del tempo utile a possibili ricorsi, il ministero ha inteso rilasciare gli scioccanti dati ufficiali, per cui solo l’1,82% è risultato idoneo, una percentuale inferiore di gran lunga perfino a quella
degli esami per abilitazione a notaio, fino ad oggi considerato il più inaccessibile di tutti i concorsi pubblici (percentuale media degli ammessi 10%). Ancora più scandaloso appare questo dato se si considera che qui non si concorreva per un posto pubblico, ma solo per l’abilitazione a intraprendere una professione privata a P.Iva! Non erano previsti né numero chiuso né graduatorie.
Questo dato appare assurdo già di per sé e in considerazione del fatto che oltre lo scritto sono previste altre due prove di selezione non ancora calendarizzate: prova orale e prova pratica. Certo il concorso era aperto anche ai diplomati – verosimilmente soggetti a forte scrematura, in ragione della minore sedimentazione della
loro cultura generale e della scarsa consuetudine a misurarsi con programmi di studio di vasta portata – ma migliaia sono stati gli storici, gli storici dell’arte, gli archeologi e gli architetti parimenti non ammessi, situazione alla quale molte di queste professionalità spesso con esperienze pluriennali, titoli e competenze culturali solide, hanno deciso di non sottostare.
Coloro che protestano contro questo assurda situazione, in seguito a un’analisi approfondita,
rilevano che alla prova scritta:
– Le linee guida dettate non sono state rispettate
– La maggioranza delle domande riguardava aspetti infimi e dettagli di siti culturali minori difficili da conoscere anche per degli esperti.
– Molte domande erano mal poste, con errori che limitavano la capacità di individuazione della risposta giusta per associazione e ragionamento
– Erano presenti domande di ambito ecologico, idrografico, ambientale, chimico, petrografico e mineralogico non erano conformi al programma ufficiale e certamente non pertinenti alle competenze di una guida turistica (GT) ma piuttosto di una guida ambientale (GAE).
– Molte domande hanno mostrato di avere più risposte esatte possibili, mentre nel test una sola delle tre opzioni era ritenuta valida.
– Non è stata fornita dal ministero una bibliografia ufficiale dalla quale attingere per lo studio dei siti.
– Alcune domande presentavano errori fuorvianti rispetto al bene culturale cui erano riferite (p.es. errori di collocazione geografica)
– Alcune risposte richiedevano addirittura la conoscenza del dialetti locali
– Molte domande erano presenti identiche sia nel test del gruppo mattutino che in quello del gruppo pomeridiano, avvantaggiando chiaramente quest’ ultimo.
– Alcune domande riguardanti il diritto erano palesemente errate in termini di impostazione giuridica.
– Molte domande sono apparse già prima della prova, nelle simulazioni online di uno solo dei manuali disponibili, il che sembra ampiamente sospetto a fronte dell’assenza di una banca dati ufficiale.
Sale così ogni giorno il numero di candidati risultati inidonei che si stanno radunando sui vari social per dare battaglia collettiva a questo assurdo concorso, nel quale è evidente un qualche opaco interesse del solito Stato “patrigno” a non voler favorire l’operatività delle sue migliori forze produttive secondo equi principi di selezione. A maggior ragione su un tema iconico e di fondamentale importanza per l’immagine e l’economia nazionali, basti pensare che il turismo culturale impiega il 2% degli occupati e contribuisce al 6% del PIL. Il concorso non andava aperto a diplomati, ma andava dato spazio a competenze consolidate che abbondano e che non sono mai state valorizzate adeguatamente, a fronte di una formazione quasi sempre di alto livello (plurilauree, dottorati, masters, pubblicazioni…), formazione che neanche molte guide già accreditate possono vantare. I ricorrenti confidano che sarà la magistratura del TAR a ristabilire un criterio di legittimità e chiarezza in una vicenda scivolata sin dall’inizio nel grottesco.
Di Carmine Malandra, archeologo








