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Coronavirus, abbandonati da una settimana: ecco cosa accade dentro all’ospedale di Avezzano (Video)

Federico Falcone di Federico Falcone
6 Novembre 2020
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Avezzano. “Siamo qui dimenticati, da una settimana, sdraiati sulla barella senza neanche un cuscino o un lenzuolo per coprirci”. E’ parte del racconto di Vincenzo Lo Zito, ricoverato all’ospedale di Avezzano poiché contagiato dal covid 19 e con una polmonite. Una situazione allarmante, come purtroppo abbiamo imparato a testimoniare in queste settimane, che l’uomo ha voluto ulteriormente testimoniare con questo contributo inviato alla nostra redazione.

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“Qualche giorno fa sono arrivato con l’ambulanza. Avevo difficoltà respiratorie e febbre alta. Mi hanno parcheggiato sotto al triage dove mi hanno fatto due tamponi a distanza di quattro ore l’uno dall’altro. La notte, verso le due, mi hanno portato a fare la Tac. Indossavo solamente un pigiamino a maniche corte, ed ero dentro la tenda fuori al pronto soccorso. Dopo diverse ore che non mi si filava nessuno in tenda, ho preso l’iniziativa e me ne sono andato dentro al pronto soccorso, in una stanza dove c’era una barella, almeno ho potuto sdraiarmici sopra per stare un po’ al caldo. Nessuno mi ha detto nulla, ci sono rimasto due giorni”, spiega l’uomo.

“Ho tutti i sintomi, purtroppo, dalla febbre alta alle difficoltà respiratorie. La mattina vengono a fare un controllo rapido per vedere come sto. Ci sono degli infermieri tirocinanti appena arrivati da Castel di Sangro che a malapena sanno come vestirsi. La terapia che sto facendo è quella che mi sono portato da casa, irrobustita dall’ulteriore controllo dell’infettivologo”, prosegue Lo Zito.

“La mattina portano un bicchiere di the con alcune fette biscottate. Oggi, dopo due ore, mi hanno dato la protezione per lo stomaco e l’antibiotico. Dopo non ho più visto nessuno. A pranzo arrivano e lasciano il cibo fuori la porta e me lo devo prendere. Comunichiamo attraverso la porta. Appena starò meglio denuncerò l’accaduto, perché quanto si sta verificando è inaccettabile”, conclude.

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